Bell Labs — Parte II

Dopo pochi giorni dal mio arrivo, e con l’aiuto di Aaron, trovai un appartamentino che faceva al caso nostro: due stanze da letto, soggiorno, bagno e cucina, in un paesino non lontano dai laboratori, chiamato Springfield (“Springfield” è uno dei nomi di paese più comuni negli USA, e  credo ci sia almeno uno Springflied in ogni stato. Un po’ come il nostro “Castelnuovo”.). L’appartamentino, al secondo piano di una villetta multifamiliare, faceva parte un complesso che gli americani chiamano condominium, un termine che ha una forte assonanza con il nostro, italianissimo, condominio. Il condominio americano, come quello italiano, designa una associazione di proprietari di alloggi che condividono alcune risorse e costi. MA la differenza è che, mentre il condominio italiano si sviluppa prevalentemente in verticale, con appartamenti uno sopra l’altro, il condominium americano, specialmente quello dei suburbi, si sviluppa generalmente in orizzontale, con tante  casette basse distribuite su un grande appezzamento, con tanti prati e alberi, magari con una piscina o palestra condominiale, e tanto spazio per parcheggiare le macchine.

La padrona di casa, Miss Weber, era una signora sola in pensione alla quale mancavano alcune dita della mano sinistra, e al posto della mano destra aveva una specie di pinza meccanica. La pinza di acciaio lucente, e senz’altro inossidabile, era collegata con dei tiranti all’avambraccio che la facevano aprire e chiudere. A parte il fatto che la sua mano meccanica metteva un po’ paura a mio figlio di tre anni e mezzo, Miss Weber era gioviale e gentile, e gradiva sempre un buon bicchiere di vino che beveva con la cannuccia, essendo la pinza non adatta per portare un bicchiere alla bocca. Avremmo scoperto poi che Miss Weber era stata una chimica che era riuscita a farsi fatta saltare le dita di entrambe le mani con una soluzione apparentemente sbagliata. Anche lei, quando le dissi che lavoravo ai Bell Labs, immancabilmente sottolineò …  “I Bell Labs … tanta gente strana … ma tutti molto  intelligenti.” E poi aggiunse, “C’è ancora quel tipo che cammina all’indietro?” Le dissi che non lo sapevo ancora, essendo nuovo dei Labs, ma le promisi di investigare.

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Chiesi in giro del tipo che camminava all’indietro, e un giorno lo vidi pure io. Era un matematico di fama, un certo William Gale. Un tipo allampanato, sulla sessantina passata, con i pochi capelli oramai rimasti sul cranio tenuti appiccicati con la brillantina per coprire la calvizie alla bene e meglio, lunghi sul collo a incorniciare un volto magro e un po’ sofferto. Lo vidi camminare all’indietro, in uno dei lunghi corridoi ventosi dei Murray Hill (parlerò poi del vento nei corridoi dei Labs), raggiungere la porta del suo ufficio, aprirla dal dietro con una manovra da contorsionista, ed entrare e sparire sempre camminando all’indietro. In realtà il motivo per cui William, che poi avrei conosciuto personalmente, camminava all’indietro, non era dovuto a una sua stranezza ma bensì a un fatto tragico. Un colpo apoplettico, qualche anno prima, gli aveva distrutto una parte del cervello, proprio quella usata per camminare in avanti in modo autonomo, come facciamo normalmente senza esserne coscienti, ma gli aveva lasciato intatta quella per camminare all’indietro. Volendo poteva camminare in avanti come tutti noi, ma doveva controllare, coscientemente, il movimento di ogni singolo muscolo, controllare l’equilibrio del corpo, muover un passo alla volta molto lentamente bilanciandosi prima su una gamba e poi sull’altra. Il suo incedere in avanti sarebbe stato lentissimo, quindi trovava più pratico camminare all’indietro perché non doveva pensarci. Ciò non toglie che fosse ancora un brillante matematico che collaborava attivamente con alcuni membri del mio gruppo. Qualche anno più tardi lo vidi su una sedia a rotelle, e poi scomparve.

Un altro dei personaggi strani che senz’altro aveva contribuito al folklore dei Labs era un tipo, del quale non ricordo il nome, che in qualunque giorno dell’anno andava in giro vestito da esploratore, cioè con i pantaloni corti color cachi, la sahariana, scarponi da montagna, e il classico cappello di sughero. A volte lo sorpassavo con la macchina mentre si avviava al lavoro in bicicletta. Anche se nevicava fittamente, con temperature abbondantemente sotto lo zero, lui continuava a vestirsi da esploratore, con i pantaloni corti, e la sua immancabile bicicletta. Seppi poi che era una specie di luddista, cioè uno che rifiutava, a casa, ogni tipo di modernismo. Sembra che non possedesse nessun tipo di dispositivo elettrico, come televisione, lavatrice, o forno, costringendo la sua famiglia a una vita da pionieri nonostante, allo stesso tempo, lavorasse per uno dei più prestigiosi centri di ricerca tecnologica del mondo. Un altro vivido esempio di tipi strani dei Bell Labs.

E’ noto che quelli che lavorano intimamente con i computers, i cosiddetti hackers—e a qui tempi io ero un hacker—preferiscono le ore della notte a quelle del giorno. Per di più i Labs avevano tutto un loro fascino durante le ore in cui la gente normale va a cena e poi a letto.  Un fascino che ispirava le idee più pazze e creative. E di notte, sotto la luce giallognola delle lampade fluorescenti, uscivano fuori le creature crepuscolari, come Mike, che viveva a Manhattan, parlava a scatti a una velocità di 100 sillabe al minuto, e arrivava sempre nel tardo pomeriggio per tornare a casa dopo la mezzanotte. O Peter, che passava tutte le notti ai Labs, e quando si prendeva qualche giorno di vacanza, andava a farsi buttarsi con il paracadute sulle piste di neve del Nord del Canada, sperando di riuscire a sopravvivere fino a valle.

I crepuscolari li incontravo a volte nella cucina del dipartimento, quando anch’io mi trattenevo alla sera. Riuscivo a scambiare con loro due parole quando uscivano dai loro uffici per riscaldarsi una vecchia fetta di pizza oramai secca, rimasta chissà quanto sulla loro scrivania e databile solamente con il carbonio quattordici, e per riempire le loro tazze con litri di caffè nero. A volte erano chiacchierate piacevoli, a volte li sentivo brontolare perché non avevano abbastanza cicli di computer per finire i loro esperimenti. Un crepuscolare, ma di quelli davvero strani, lo incontrai una notte durante la quale anch’io ero rimasto a lavorare tardi. Molto probabilmente avevo un problema di programmazione, quello che in cumputerese si chiama un “bug”, cioè un baco, un errore nascosto fra le linee di codice.   Togliere i bachi da un programma, cioè debuggare, è un’attività che ti prende la mente in modo totale. Non riesci a pensare ad altro, non riesci a fare altro. Ti dimentichi pure di mangiare e dormire. Un lavoro da detective, e non sei soddisfatto finche’ non trovi il colpevole, cioè il “bug”. Ecco perché’ a volte rimanevo a lavorare fino a tarda notte.  A quei tempi lavorare da casa, col computer, non era un’opzione. E’ vero che avevo un terminale a casa, connesso con la linea telefonica, ma i modem andavano lenti, e la connessione era centinaia di volte più lenta di quello a cui siamo abituati oggi, e quindi usavo il terminale a casa solo per controllare i risultati dei miei esperimenti, ma non per lavorare in modo interattivo. Per quello dovevo andare ai Labs.

Ero quindi immerso alla ricerca di un bug che probabilmente mi stava assillando da giorni, quando sentì un rumore che veniva dal corridoio, un rumore che pareva come uno scroscio improvviso d’acqua.  E dopo qualche secondo, un secondo scroscio. E poi un altro, e un altro, e un altro ancora. Incuriosito uscì fuori per vedere che cosa stesse succedendo. E si presentò ai miei occhi uno spettacolo surreale.

Dovete sapere che ai Labs c’erano, a quei tempi, diversi laboratori di chimica. Quindi tutti i corridoi dell’ala vecchia, quella in cui mi trovavo, avevano sul soffitto una serie di docce anticontaminazione installate a intervalli regolari di una decina di metri o poco più. Ciascuna doccia aveva una grande testa gialla, e un maniglione che poteva essere tirato per ricevere uno scroscio di soluzione anti contaminante, nel caso di una fuoriuscita non prevista di gas o liquido urticante. Quando mi affacciai nel corridoio, nella luce giallastra delle lampade che lo illuminavano di notte, vidi un losco figuro in un impermeabile incerato nero con tanto di cappuccio, e con un secchiello in mano. Il figuro, a passi misurati, andava di doccia in doccia, e tirava il maniglione raccogliendo parte del liquido nel secchiello. Quando al mattino chiesi chi fosse, nessuno seppe dirmi nulla.  Una visione tanto surreale quanto bizzarra, che ancora oggi non so se sia stata vera o prodotta da una dose più alta del normale di caffè americano.

Il capo dei Labs, a quei tempi, era Arno Penzias, che aveva preso il premio Nobel assieme a Robert Wilson nel 1978 per aver scoperto la radiazione fossile a tre gradi Kelvin. Stava lavorando su un’antenna paraboloidica per le trasmissioni via satellite. Un’antenna molto grande, che poteva captare segnali estremamente deboli. Il problema era che, comunque l’antenna fosse orientata, riceveva sempre un segnale di fondo, un rumore bassissimo che era come venisse da una radiazione che permeava tutto l’universo, e in tutte le direzioni. Ipotizzò che fosse la radiazione rimasta dopo la nascita dell’universo, dopo l’esplosione conosciuta come il Big Bang. E i conti tornavano e convalidavano con la teoria. Per questo lui e Wilson, un altro fisico dei Bell Labs, presero il premio Nobel nel 1978, e lui diventò il vicepresidente di ricerca.

Arno era un tipo alla mano. Ogni tanto lo vedevi in giro per i laboratori a parlare con i ricercatori, voleva sapere degli ultimi risultati, e faceva dei bei discorsi nelle riunioni aperte a tutti nel grande auditorium.  Era lui che disse che lo scopo dei Bell Labs era “Fun for Profit”, cioè divertimento per profitto. Questo era lo spirito della ricerca. I ricercatori dei Bell Labs erano come dei bambini lasciati liberi di fare quello che volevano in un magnifico negozio di giocattoli di lusso. Stava poi alla ditta madre, il gigante delle telecomunicazioni AT&T, intraprendere il compito di usare i risultati per accrescere i profitti. Cosa che, con il senno di poi, AT&T non ha mai fatto troppo efficientemente… ma questa è un’altra storia. Comunque Arno Penzias, anche se ad alto livello, era molto coinvolto nelle ricerche portate avanti ai Labs, e alla fine di ogni anno si faceva dare, da ogni direttore, i migliori articoli e risultati, e li premiava con un premio simbolico, una maglietta che lui aveva fatto stampare per l’occasione. La maglietta, una T-shirt  rossa, aveva sul davanti  le lettere 3K—indicanti la temperatura della radiazione fossile da lui scoperta, cioè i famosi tre gradi Kelvin—scritte con varie dimensioni dei caratteri a in tutte le direzioni. Al cento c’era una sua variazione di una strofa di una poesia di T.S. Elliott. La poesia originale diceva:

This is the way the world will end

Not with a bang, but with a whimper

 Cioè: “Così è come il mondo finirà, non con un “bang”, ma con un sospiro”. Lui l’aveva cambiata come segue:

This is the way the world began

Not with a whimper, but with a BANG

 “Così è come i mondo cominciò, non con un sospiro ma con un BANG”, ovviamente molto più ottimista della poesia originale.  La maglietta a tre gradi Kelvin, così era chiamata, era un premio ambito, ma purtroppo non da indossare per strada. Quanti, infatti, nel New Jersey suburbano, potevano sapere che 3K indicava una misura di radiazione, e non il famigerato tre kappa: KKK o Ku Klux Klan? Quindi la mia maglietta a tre gradi Kelvin la tenevo a casa.

 

 

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Bell Labs – Parte I

Arrivai al JFK in un tardo pomeriggio del Febbraio 1988 durante una di quelle tempeste di neve tipiche della costa est che quando sei ancora in aria ti chiedi come faccia l’aereo ad atterrare. Avevo sette valigie che contenevano tutto quello di cui avremmo avuto bisogno per un anno, e forse anche qualcosa di più. Mia moglie e mio figlio di tre anni e mezzo mi avrebbero raggiunto una settimana dopo. In una settimana avrei dovuto trovare un posto dove vivere, una macchina, e tante altre cose delle quali non avevo ancora nessuna idea.

Aaron Rosenberg, il ricercatore dei Bell Labs che mi aveva invitato a trascorrere un anno come visiting scientist  era venuto a prendermi all’aeroporto. Tipicamente gli americani non sono così assistenziali. L’America è un paese di pionieri. Se sei capace di sbrigartela da solo bene! Altrimenti avresti fatto meglio a startene a casa!  Ma Aaron, un americano ebreo, di una cinquantina d’anni, colto e con un’anima da europeo, mi venne a prendere per portarmi a cena a casa sua in New Jersey, per poi lasciarmi all’hotel di Murray Hill, a due passi dai laboratori.

“This is going to be the worst part of your trip”, questa sarà la parte peggiore del tuo viaggio, mi disse una volta caricate le sette valigie sulla sua station wagon classica con le fiancate rivestite di legno. La neve continuava a scendere imperterrita, una cortina bianca illuminata dai fari abbaglianti delle macchine, nel buio del pomeriggio inoltrato invernale, col ghiaccio che oramai copriva le strade, in mezzo al traffico caotico e permanente della Belt Parkway.

Attraversammo il Verrazzano Bridge, non senza un mio “wow!”, Staten Island e il Goethal Bridge, e ci trovammo nel mondo suburbano del New Jersey quando smise di nevicare e si aprì uno squarcio in un cielo terso e stellato. Non nevicava più. Ai bordi delle strade si vedevano le lucine fioche all’interno delle villette di legno. Era la prima volta che vedevo l’America suburbana. Nei viaggi precedenti era stato a New York, Boston, Pittsburgh, ma mai nel suburbio. Ricordo ancora la mia prima impressione, cioè  quella di trovarmi in  un enorme campeggio. Aaron mi portò a casa sua, dove sua moglie Judith, materna e dolce, aveva preparato una cena per me, poi all’hotel. Tutto sarebbe cominciato al mattino dopo.

I Bell Laboratories, o Bell Labs, o semplicemente i Labs per quelli che vivono nei dintorni,  sono un mito. O forse dovrei dire che lo erano, perché come tante cose belle, non esistono più.  Sono stati ceduti alla Lucent, nella divisione tripartita dell’AT&T, o trivestiture,  del 1995, e poi piano piano la patina di ivory tower, torre d’avorio dei ricercatori fra i più famosi del mondo, si è consumata vittima della ricerca del profitto a tutti i costi in una economia sempre più fragile, preda delle bolle di internet, dove per fare lo scienziato bisognava giustificare il perché e percome delle idee rivoluzionarie.  Cosa che non era mai stata richiesta ai grandi come Claude Shannon,  William Shockley,   e Dennis Richie.  Perché loro, il perché e il percome, lo sapevano senza bisogno di chiederglielo.

Il giorno dopo il mio arrivo con le sette valigie nel pomeriggio nevoso era il mio primo giorno ai Bell Labs. La neve ancora per terra, e ancora candida, rifletteva i raggi del sole in  un cielo enorme e azzurro. Aaron venne a prendermi all’hotel di Murray Hill al mattino per portarmi al mitico 600 Mountain Ave.

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Il gruppo di ricerca con cui avrei lavorato per un anno—e non lo sapevo ancora, ma per tanti altri anni a seguire—faceva parte dell’area 11, detta anche core research, il cuore dei Bell Labs. Bell Labs , l’istituzione di ricerca e sviluppo del gigante telefonico AT&T contava allora più di ventimila ricercatori  distribuiti principalmente sul nord-est degli USA,  ma non solo . Oltre a Murray Hill c’erano anche altri laboratori, come i famosi Holmdell, nella zona a sud del New Jersey, e Indian Hill, nei dintorni di Chicago. Altri laboratori erano nel Massachusetts, Indiana, Pennsylvania, e persino in Colorado.  Murray Hill, incastonato fra le insospettabili verdi e ridenti colline di un New Jersey, conosciuto invece quasi unicamente per i fumi delle raffinerie a Newark, era il monumento vivente della ricerca tecnologica statunitense, da più di ottant’anni. All’ingresso dei Labs c’era perfino un piccolo museo aperto a tutti e citato dalle guide turistiche della costa est. L’area 11 dei Bell Labs, con pressappoco duemila ricercatori, era il cuore della ricerca avanzata. Era, infatti, l’unica area dell’AT&T, e una delle poche nel mondo della ricerca industriale, dove si era liberi di seguire la propria curiosità, la propria inventiva, il proprio desiderio di ricerca e innovazione.  Gli altri, al di fuori dell’area 11, facevano per lo più sviluppo, (Developmente, la “D” di R&D), e avevano dei goal ben definiti, dall’azienda, anche se sempre avanzati e innovativi. Noi facevamo ricerca e i goal li definivamo noi, individualmente.

Il mio gruppo, Information Principles Research, circa una cinquantina di ricercatori provenienti più o meno da tutto il mondo, e le cui foto-tessera e nomi si potevano vedere sulla bacheca al quinto piano, studiava gli algoritmi e le tecniche per trattare vari tipi di informazione, come il suono,  la voce. Il direttore era Jim Flanagan. Un pioniere del trattamento digitale della voce. Un gentleman di un’altra era, di quando i ricercatori andavano in giro in giacca e cravatta.  Anzi, la sua cravatta era sempre coordinata con l’immancabile fazzolettino che spuntava dal taschino della giacca, e a volte anche con un riporto della stessa stoffa sulla  la cintura dei pantaloni.  Flanagan aveva conosciuto i grandi scenziati, come Claude Shannon, John Pierce, e Richard Hamming. Nel suo campo, era lui stesso un grande. Agli inizi degli anni sessanta aveva avuto l’intuizione di poter usare i calcolatori digitali non solo per fare calcoli, ma anche per trattare segnali analogici, come il segnale  della voce catturato da un microfono. Aveva visto nel futuro di quello che oggi è chiamato digital signal processing, e aveva installato nel suo laboratorio i primi mini-calcolatori, come i famosi Nova della Data General, per fare ricerca sulla percezione della voce.

Larry Rabiner, il mio capo, invece aveva l’attitudine di un nerd: un po’ sciatto nel vestire, con una giacca sghemba e una cravatta di un colore che non c’entrava per niente, non aveva certo lo stile elegante di Flanagan. Ma Larry era molto abbordabile, genuino, aperto a discutere ogni argomento, e non faceva assolutamente nulla per nascondere le sue opinioni, anche se radicalmente diverse dalle tue. Larry, apparentemente, non aveva nessun interesse per i piccoli piaceri della vita, come il vino e il cibo buoni. Invece concentrava le sue energie sull’efficienza, l’attenzione ossessiva per i dettagli, e l’ottimizzazione di tutto, dai suoi programmi per computer, alla sua vita e quella della sua famiglia, composta da una moglie insegnante di scuola media, e tre figlie. Molto parco in tutto, anche nelle piccole spese, non esitava e fare due o tre miglia in più per andare a fare il pieno al distributore di benzina dove risparmiare alcuni centesimi al gallone, o il posto dove facevano lo sconto sulla coca cola.   Un ingegnere nel profondo dell’anima, di quelli che portano sempre cinque o sei penne nel taschino della camicia.

Mi assegnarono un ufficio al quinto piano, dove stava la maggior parte dell’Information Principle Research, a due passi da quella che era scherzosamente chiamato “the hall of fame”, il “corridoio dei famosi”, dove i grandi del gruppo stavano arroccati da anni. Erano proprio loro, quelli di cui avevo letto gli articoli fin dai tempi dell’università, e che erano stati i miei eroi: Jim Flanagan, con l’ufficio da direttore, Larry Rabiner, Aaron Rosenberg, Steve Levinson, Joe Hall, e poi tutti gli altri più giovani, anche loro famosi.  Larry venne subito a salutarmi, di corsa, col suo caratteristico passo veloce, portandomi tutti i fogli che dovevo compilare, e mi accompagnò a una delle attrazioni turistiche dei Bell Labs di Murray Hill: la stockroom,  il magazzino delle scorte. La stockroom era una meraviglia, e l’orgoglio di tutti i residenti.   C’era di tutto. Le cose più comuni a self service, come le penne, le matite, i blocchi notes, e i famosi quaderni delle invenzioni, rilegati con copertina rigida in tela blu con il marchio dei Bell Labs e le pagine numerate, dove potevi annotare tutte le tue idee, e avere così un documento che attestava la loro presunta originalità… Ma c’erano anche magneti, dizionari, sfere da cuscinetti, provette, contagocce,  becher, trasparenze termiche, transistor, condensatori, resistenze. guanti di gomma, saldatori, chiavi inglese, e tutto ciò che ti potesse servire per l’ufficio o il laboratorio, sia esso di elettronica, chimica, fisica, o altro. Poi, al banco, potevi chiedere le cose più costose e ricercate. Potevi portarti via, senza tanti convenevoli, un voltmetro elettronico, una centrifuga, un oscilloscopio, e perfino uno spettrometro di massa portatile. Bastava lasciare una firma sul registro.

Gli uffici erano assegnati in modo strettamente gerarchico, con regole che però potevano a volte essere cambiate in funzione del caso. Il direttore di un’area di ricerca aveva l’ufficio grande, con tre o quattro finestre, generalmente alla fine di un corridoio, o di angolo; gli altri, i capi dipartimento e i ricercatori anziani, un “two bay office”, cioè u ufficio con due finestre.  Ai più giovani veniva assegnato un ufficio con una sola finestra, e ai “peones” come me, gli appena arrivati, i post-docs, eccetera, un ufficio da condividere, e spesso senza neppure una finestra. Il mio ufficio, appunto, non aveva finestre. Era sull’angolo interno formato dal corridoio centrale di uno degli edifici più antichi del campus—quasi tutti gli edifici erano collegati da passaggi costruiti in epoche diverse—e la “navata” trasversale della hall of fame. C’era una seconda scrivania, per il momento non ancora occupata.

No mi ero ancora sistemato in ufficio, che arrivò un signore distinto, con una capigliatura bianca e occhialini da scienziato. Mi chiese se fossi italiano, e quando risposi di si, cominciò a parlarmi in un italiano corretto e quasi senza accento. Era Bela Julesz,  l’inventore degli stereogrammi, quelli che se ti sforzi a guardarli con gli occhi incrociati, vedi poi un’immagine tridimensionale che esce fuori. Bela aveva l’ufficio accanto al mio. M’invitò gentilmente a seguirlo nel suo ufficio e a sedermi davanti a uno dei suoi stereogrammi fatti di punti casuali sparsi su un piano bianco. Mi disse di guardare intensamente quelle nuvole di punti senza senso. Quando cominciai ad avere una percezione di profondità nei pattern del tutto casuali, lui mi disse che il mio cervello aveva appena creato delle nuove sinapsi per la lettura di questi diagrammi. Un buon inizio, per essere il primo giorno ai Bell Labs. Vidi passare un uomo con una barbetta grigia che rasentava tutti i muri toccandoli con la mano, quasi avesse paura a camminare nel mezzo del corridoio, senza mai alzare gli  occhi da terra. Avrei scoperto, qualche giorno dopo, che era Dennis Ritchie, l’inventore del linguaggio “C”.

Avvicinandosi l’ora di pranzo del mio primo giorno fui invitato da Larry e Aaron a unirmi con loro al tavolo delle 11:30. Diversi gruppi andavano a pranzo a ore diverse, e quello delle 11:30 era il gruppo degli storici, i grandi del signal processing. C’erano sempre gli stessi vecchi amici, Larry, Aaron, a volte Jim Flanagan, quasi sempre Joe Hall e Steve Levinson. Alcuni giovani, più o meno della mia età, non mancavano, Jay Wilpon,, sempre vicino a Larry, suo  mentore, quasi un padre putativo, e altri che poi sarebbero diventai i miei amici e compagni dei weekend suburbani del New Jersey: Peter Kroon, Andrej Ljolje, Peter Mayer. Si ritrovavano tutti sempre allo stesso tavolo e alla stessa ora. La mensa era un altro punto di orgoglio dei residenti. Il cibo era di una qualità elevata rispetto alle tipiche mense aziendali, e con un grande numero di possibilità e menù che cambiavano tutti i giorni. Eggs benedict al mercoledì! Ci si metteva in fila davanti al banco del “grill”, dove c’era Frank, un nero burbero ma simpatico con basette e le sopracciglia enormi che parlava uno slang incomprensibile con la sua voce da baritono: whatdoyawonjunman… “what do you want young man” che cosa vuoi giovanotto? E quando gli dicevi “eggs benedict” con l’acquolina che già ti veniva alla bocca, lo vedevi fare le uova in camicia con una cura da certosino, metterci sopra la salsa bernese, due cucchiai di delizia e colesterolo, e le immancabili patate fritte.

Una volta alla settimana, tipicamente al Giovedì,  andavamo invece alla Oak Room, il ristorante di fianco alla mensa, dove ti potevi sedere, e farti servire gli specials of the day.  Spesso alcuni dei giovani un po’ più grandi di noi, quelli che si prendevano cura dei nuovi arrivati, organizzavano le uscite alla Oak Room. Uno di questi era Juergen, un esperto di acustica tedesco che raccontava sempre barzellette alle quali rideva solo lui. Quando venivano degli ospiti in visita, li portavamo sempre alla Oak Room, ovviamente dopo il giro d’obbligo alla stockroom.

Non stavo molto in ufficio nei primi giorni, perché’ dovevo andare in giro a fare quelle cose necessarie per vivere un anno: ottenere la patente di guida americana, comprarmi una macchina, e la cosa più importante di tutte cercare un appartamento dove vivere. In questo mi aiutava Aaron a selezionare gli annunci di affitto sul giornale. Quindi, munito di una mappa dei dintorni e di una lista di indirizzi di appartamenti sfitti, andavo in giro per cercare quello che sarebbe stata la mi abitazione . Quando i padroni di casa mi chiedevano dove lavorassi, e quando rispondevo ai Bell Labs, mi guardavano immancabilmente con un sorriso e dicevano: “Ah … i Bell Labs! Gente davvero strana … ma intelligente…”. Mi ci vollero solo un paio di giorni per capire a pieno l’origine di quest’aura di  stranezza che rivestiva i Labs.

CONTINUA …

Un bambino

Un bambino in una foto di molti anni fa. Sorride. Cosa c’è nella sua mente? Che cosa sta pensando? C’è felicità nella sua anima, o paura dell’ignoto? Si può neppure immaginare come sarà la sua vita? Quali sono i suoi sogni? Pirati, cowboy e indiani, o forse viaggi verso la luna in una splendente astronave? Che cosa spera? La felicità, la pace, avventura, emozioni? Non sa che cosa mai porterà il futuro, e forse ha speranza e paura allo stesso tempo. Non sa che un giorno avrà 57 anni, e non sa di tutto l’amore, la passione, la paura, la disperazione, la pace, la gioia, la felicità che toccherà la sua vita. Non sa che vivrà in due continenti, e sulle coste di due oceani diversi. Che avrà due figli meravigliosi, molti amici stupendi, e lavori che amerà e passioni che lo terranno sveglio la notte. Che incontrerà maghi di ogni genere, e farà funzionare macchine meravigliose che non esistono ancora. Che un giorno se ne andrà in giro con una scatoletta in tasca con dentro il mondo intero. Se lo può neppure immaginare? Ha qualche sentore della sua vita futura attraverso le crepe del tempo? Può vedere nulla di tutto ciò, anche per un’impercettibile frazione di secondo?

Vorrei dirgli tutto questo e abbracciarlo e fargli sapere che tutto andrà bene. Ma non posso. E forse, dietro il suo sorriso, c’è un sacco di paura, perché non sa che in realtà tutto andrà bene.

Roberto davanti casa

Si vive meglio in Italia o in America? Parte II

Eccomi con la seconda parte della mia esplorazione sulla vita in Italia e in America . Nella prima parte ho parlato, a livello abbastanza alto della realizzazione dei sogni. Le considerazioni che ho fatto sono vere almeno  per una categoria particolare di emigranti, quelli che ho chiamato d’alto bordo. Con questo mi riferisco ai professionisti, quelli che vengono in America non perché fuggono da condizioni economiche e politiche insostenibili, ma perché credono che la loro professionalità non sia valutata in modo appropriato nel loro paese di origine e pensano che, rimanendo li, non riuscirebbero,  o riuscirebbero con molta difficoltà, a realizzare i loro sogni di crescita professionale. Ovviamente questa è un’emigrazione di caratteristiche totalmente diverse da quella che avvenne dall’Italia all’America nella seconda metà dell’ottocento e agli inizi del novecento, dettata quasi unicamente da condizioni estreme di povertà, e che ha creato le varie Little Italy e la cultura Italo-Americana, di cui parlerò un’altra volta.

In questo post voglio parlare, invece, non dei grandi sogni, ma delle cose piccole. Come faceva notare Paul Watzlawick in un libretto delizioso che ho letto tanti anni fa intitolato “America istruzioni per l’uso”, le grandi differenze fra l’Italia (lui si riferiva all’Europa in genere) e l’America, vanno cercate spesso nelle piccole cose: fare la spesa al supermercato, andare all’ufficio postale, prendere il treno. E, infatti, quando si va in America per la prima volta, magari come turisti, queste sono proprio le cose che ci colpiscono per prime e che, in effetti, sono quelle che definiscono la vita di tutti i giorni.

Come ho già detto in altre sedi, non c’è una sola “America”, ma ci sono realtà diverse (e questo è certamente vero anche per l’Italia).  Anche nella sua ripetitiva monotonicità (provate a fare un coast-to-coast, o semplicemente un lungo viaggio in macchina, per esempio da New York alle cascate del Niagara), si possono distinguere almeno due Americhe: l’America delle grandi città (New York, Boston, Chicago, San Francisco … non Los Angeles perché’ Los Angeles non è una città ma un groviglio di autostrade), e l’America suburbana e delle campagne, il cosiddetto “countryside”. E fra le città, come ho già detto molte volte, si deve distinguere New York (che non è America, ma semplicemente New York, cioè un paese a se stante), da tutte le altre città. Ho già trattato ampiamente, in un post precedente,  di New York come una realtà sui generis.  Se vivi o hai vissuto a San Francisco, Boston, o Chicago, o tanto più nei suburbi, e non hai mai vissuto a New York, non puoi generalizzare, (io direi: “You ain’t seen anything yet …”). Devi vivere almeno una volta a New York (e non solo andarci come turista) per percepire a pieno la differenza fra la Big Apple e il resto del mondo. Ma cominciamo dai suburbi.

I suburbi, cioè dove vive la maggior parte degli americani, e che anche chi non ci ha mai vissuto, li ha senz’altro visti tante volte nei film, sono luoghi apparentemente tranquilli, quasi fino alla noia, dove tutto è facile, standard, pulito e grazioso. I suburbi, realizzazione del “sogno americano “della middle class, sono fatti di casette, tutte rigorosamente di legno (anche se alcuni hanno i mattoncini a vista, che sono solo per figura), con il giardino davanti e dietro, i marciapiedi con le aiuole, i bambini con le loro biciclettine e i loro golden retriever,  il ragazzino che al mattino passa a buttare i giornali, il camioncino che vende i gelati ai bambini, e così via. Abbiamo visto tutte queste cose al cinema, e sono vere!

Sono arrivato in America, in New Jersey, per rimanerci un anno solo (che poi sono diventati più di venti), in un pomeriggio freddo, grigio, e nevoso del Febbraio dell’88. Il mio caro amico Aaron Rosenberg venne a prendermi all’aeroporto—avevo con me sette valigie—per portarmi a cena a casa sua prima di portarmi in albergo. Quella non era la prima volta che visitavo l’America, ma prima ero sempre stato in città come Boston e New York;   mai nei suburbi, e mai per viverci. Quel tardo pomeriggio di Febbraio era già buio, quando passavamo con la macchina per le stradine di paesini dai nomi di Summit, New Providence, e Berkeley Heights. La prima impressione che ho avuto, e che ricordo vividamente ancora adesso, era quella di trovarmi in un grande campeggio: casette piccole quasi come tende o bungalow, lucine fioche, e tanti prati e alberi. Quando li vedi di giorno i suburbi, sembrano finti, ma di solito graziosi e curati. Mentre in Italia vivere in una villetta con giardino è la prerogativa di una classe ricca, in America è possibile anche se ricco non sei. Anzi, la stragrande maggioranza della middle class americana vive in quelle che noi chiameremmo “villette”.

La vita suburbana è facile e tranquilla. Appena hai un lavoro ti compri la casa. Poi dopo un po’ te ne compri una più grande, poi una ancora più grande, fino ad arrivare, se vuoi, a quegli scatoloni enormi che vengono definiti in termine un po’ dispregiativo, McMansions, per sottolinearne la tipica mancanza di stile e “carattere”. Le McMansions sono solo, grandi, con decine di stanze, piscina, basement per i giochi, e televisori da cento pollici, moquettate e arredate, spesso senza stile, ma con tutte le comodità. Non occorre essere ricchi per accaparrarsi il sogno di una McMansion. Basta avere un buon lavoro. Anche un tecnico (e non solo un medico o un avvocato) con lavoro stipendiato può comprarsi, prima o poi, una McMansion.  La macchina, una testa in famiglia, deve essere grande, possibilmente SUV, o almeno station wagon, per andare al supermercato e fare spese settimanali, avventurarsi al centro commerciale durante il weekend, e portare on giro orde di bambini, e il cane.

Tranne eventi drammatici, come quello di Newtown del Dicembre scorso e che avvengono purtroppo sempre più frequentemente, i suburbi sono molto tranquilli e sicuri. Ricordo di aver letto sul giornalino del paese dove abitavo in NJ, nel rapporto annuale della polizia locale “Abbiamo finalmente beccato il ladro di borchie delle ruote delle macchine”. Ecco, questo era l’evento poliziesco dell’anno! In realtà questa tranquillità dei suburbi deriva sia dal fatto che il crimine generico è sceso drammaticamente dal 1990 in poi (e non solo a New York come Giuliani voleva farci credere…),  ma anche dal fatto che le classi sociali non sono distribuite uniformemente nei suburbi. Ci sono suburbi più o meno ricchi dove, tipicamente, non succede nulla, e altri più o meno poveri, dove si spaccia la droga e si commettono i furti. C’è poi l’inner-city con i grandi casermoni dei projects, che noi chiameremmo case popolari, dove dai suburbi middle class non ci si avventura mai.  Quando gli americani comprano la casa, scelgono esattamente dove abitare in base a considerazioni di vicinato, e anche in base alla presupposta qualità delle scuole elementari e medie per i loro figli. Il prezzo della casa dipende da questi fattori. C’è spesso una segregazione naturale. I suburbi bianchi, quelli neri, e quelli asiatici. Questo li rende un po’ noiosi, alla lunga.

Anche se non vorrei abitarci di nuovo in questo momento della mia vita,  devo dire che l’esperienza di vivere nei suburbi è stata per me molto bella, specialmente quando i miei figli erano piccoli. Non credo che avrei avuto l’opportunità di un’esperienza simile in Italia, in quel momento della mia vita professionale. Vivere in una casa di legno, in mezzo al verde e ai boschi, non è certamente facile in Italia, ma è quasi la norma in certe zone degli USA. Ed è anche socialmente piacevole. Appena arrivati nella nuova casa, con gli scatoloni ancora da aprire e le valigie, i vicini a turno vennero a bussare alla porta per presentarsi e portandoci la classica torta di benvenuto. I miei figli hanno fatto subito amicizia con gli altri bambini del vicinato, e spesso giocavano fuori, per strada o nei boschi attorno alla casa. Mi ricordo che mio figlio, avrà avuto si e no dieci anni, andava nel boschetto dietro casa “ad esplorare”, e tornava con corna di cervo, e altri reperti “naturalistici”.  I servizi locali erano molto cortesi. Ricordo che una volta ho fatto una festa a casa mia, e la polizia è passata da casa per dirmi che non c’era problema se le macchine degli ospiti erano parcheggiate in divieto di sosta perché non c’erano più parcheggi legali disponibili davanti casa. La scuola pubblica, gratuita fino alla fine delle superiori e pagata dalle tasse sulla casa degli abitanti del paese,  non era poi malaccio. Credo che i miei figli siano cresciuti bene e felici. La scuola organizzava squadre sportive di calcio, football, basketball, ma anche di atletica leggera, scherma, e nuoto, e tutti i bambini potevano imparare a suonare uno strumento musicale, se ne avevano voglia. I bambini più bravi erano messi in classi avanzate per permettere loro di imparare di più, ma c’erano anche classi speciali per quelli che avevano un po’ più di problemi.

Come si mangia in America? Questo è un punto dolente, specialmente per alcuni turisti italiani che non riescono a trovare, in America, la stessa cucina che trovano a casa loro, e  si lamentano che in America (e gli stessi si lamenterebbero anche in Francia,  Cina, o Giappone) si mangia male.   I ristoranti dei suburbi sono standard, sai quello che trovi, e non hai sorprese. Gli americani dei suburbi amano la prevedibilità. I ristoranti “cosiddetti” italiani si sono adattati a un livello di cucina americanizzata, come anche quelli delle altre etnie.  Non andare a un ristorante suburbano italiano sperando di trovare la cucina italiana! Potrai trovare, invece, alcuni piatti che hanno lo stesso nome dei piatti italiani, e che per essere italiani secondo gli stereotipi americani hanno tanto aglio e pomodoro. Questo assieme a porzioni gigantesche (che in Italia sfamerebbero una famiglia affamata di dodici) di calamari fritti, spaghetti con polpette di carne, melanzane alla parmigiana,  e invenzioni puramente americane, come il pollo alla fiorentina, o gli spaghetti Alfredo. Questa è la cucina italo-americana.

In realtà, se non insisti col voler mangiare come mangeresti in Italia, non è che si mangi male nei suburbi. La cosa che mi affascinava di più nei primi anni in America era la grande varietà etnica. Non cercavo certo la cucina italiana. Se volevo mangiare bene italiano, me lo cucinavo a casa. Mi piaceva esplorare le cucine diverse: cinese, thai, indiana, giapponese, e messicana. Quando poi sono andato ad abitare a Manhattan, la varietà e la qualità delle cucine si è espansa notevolmente. Manhattan, con una popolazione di un milione e seicentomila abitanti ha, dicono, più di 3500 ristoranti, che cambiano continuamente, perche la ristorazione a Manhattan è un business rischioso con un grande turn-over. Quado abitavo a Hells Kitchen, mi bastava svoltare l’angolo della 42-esima e la nona avenue, per trovare blocchi e blocchi di ristoranti uno accanto all’altro. Mi ero proposto di provarli tutti, ma non ci sono mai riuscito. E molti di questi ristoranti erano eccezionali, infintamente migliori e con una varietà infintamente più grande di quelli dei suburbi. A Manhattan mi sono riavvicinato alla cucina italiana in America. E non soltanto nei famosi ristoranti Italiani come Babbo, A Voce, e Del Posto, ma anche nei ristorantini come Cacio e Pepe, all’East Village, dove ho mangiato forse i migliori spaghetti degni del nome. Per non parlare della cucina d’alta classe, francese o internazionale: Daniel, Gramercy Tavern, Jean George, ma anche quella più modesta delle tapas spagnole (mi sogno ancora le tapas di Tia Pol a Chelsea), della cucina regionale americana, come la cucina Cajun (provate il Lenor Chicken al Delta Grill sulla 9-a e 48-esima, se vi capita di essere da quelle parti) o il BBQ del sud, gli infiniti ristoranti di sushi o di ramen giapponesi, o le trattorie cinesi con i dumplings  fatti in casa, che devi imparare a morderli e succhiare il brodo se non vuoi scolartelo sulla camicia.  E perfino ristoranti singalesi, persiani, ed etiopi, che non trovi quasi da nessuna altra parte. San Francisco non è da meno, ma non ha la stessa varietà dei ristoranti di New York.

Il punto che voglio fare è che non si mangia male in USA, salvo si cerchi di mangiare esattamente come a Firenze, a Torino, o a Roma. D’altronde anche un tedesco non troverà mai, in USA, la birra esattamente come la troverebbe in Germania. Nulla è mai come a casa. Ma se riesci a superare il provincialismo gastronomico, trovi in America, e specialmente nelle grandi città, una varietà che  ti solletica e intriga tutte le volte che decidi di andare fuori a cena. Questa varietà mi manca quando vado in Italia. E’ vero, alcuni ingredienti comuni e tipicamente di alta qualità da noi sono ancora introvabili in America. E’ quasi impossibile, per esempio,  trovare la mozzarella buona come in Italia, e apparentemente gli americani non hanno ancora scoperto lo stracchino, non che quest’ultimo mi manchi poi terribilmente. Ma devo dire che da vent’anni a questa parte la qualità degli ingredienti che si trovano in USA è migliorata notevolmente. Non c’è dubbio che in Italia si può mangiare benissimo (ma  a volte anche malissimo, specialmente nelle aree molto turistiche), e  con una qualità mediamente superiore agli USA. Ma noi italiani soffriamo di un provincialismo gastronomico, per cui non solo si mangia quasi unicamente Italiano (avete mai visto un ristorante francese in Italia? E quelli cinesi e giapponesi sono davvero penosi…), ma direi che spesso si mangia quasi unicamente la cucina regionale. A Firenze si mangia quasi sempre toscano, e a Torino piemontese. Un ristorante torinese a Firenze sarebbe considerato esotico. Lo stesso si dica per il vino. Mi ha sempre stupito come, per esempio, la sezioni vini dei supermercati di Firenze, sia composta per l’ottanta per cento da vini toscani.  Trovare un dolcetto o un nebbiolo è spesso quasi difficile come trovare un bordeaux o un beaujolais.

Non credo che tutto quello che ho detto contenga elementi sufficienti per decidere se si stia meglio in Italia o in America (neppure credo ci sia una risposta definitiva a questa domanda). Ma continuerò comunque l’excursus.

TO BE CONTINUED…

Si vive meglio in Italia o in America? Parte I

Si vive meglio in Italia o in  America?  E per America mi riferisco agli USA, perché come ho già detto in precedenza anche la Bolivia e il Perù sono “America”. Recentemente un’amica, che passa gran parte del suo tempo in Italia, ma viene regolarmente e molto spesso in America, mi ha fatto questa domanda. Piuttosto che mandarle una risposta in privato, perché questa è una domanda che a noi “emigrati” fanno spesso, ho deciso di trattare quest’ argomento un po’ come un saggio e pubblicarlo su questo blog , essenzialmente per chiarirmi le idee sulla questione, e per dare una risposta non solo a lei,  ma anche a tutti gli altri.

La domanda così posta, ovviamente, non ha molto senso, e l’unica risposta che posso dare è “dipende”. Anche dal punto di vista esperienziale e sperimentale la domanda non ha senso, perché se uno vive in Italia, non vive in America, e viceversa,  nello stesso esatto momento e nelle stesse esatte condizioni sperimentali. Come ogni altra cosa nella vita, per ogni strada scelta, non sappiamo come sarebbe stato prendere l’altra strada. Vivrei meglio oggi se più di vent’anni fa avessi scelto di rimanere in Italia? Non c’è modo di saperlo. Tutto è possibile nell’universo parallelo che non abbiamo scelto ieri o venti anni fa, e anche se crediamo nella possibilità degli universi che si sdoppiano a ogni biforcazione della vita creata da ogni nostra scelta (e io ci credo),  quello che esiste è solamente il presente e  la successione di fatti e coincidenze che ci hanno portati fin qui.  Il resto è solo speculazione che non ha nessun valore, perché si parla di qualcosa che non è accaduto…se avessi fatto, se avessi detto, se avessi …se … se …  L’unica cosa che posso fare per tentare di rispondere alla domanda in questione è condividere la mia esperienza e quello che penso della vita nei due paesi dopo aver vissuto per più di trent’anni in Italia, e più di venti in America, sempre mantenendo stretti contatti affettivi e culturali con il Bel Paese.  E anche se proverò a generalizzare, mi rendo conto che la generalizzazione è spesso un trappola, e la mia esperienza di emigrato privilegiato non si può sempre applicare ad altre situazioni.

Innanzi tutto bisogna rendersi conto che le componenti principali del  “vivere bene” sono essenzialmente le condizioni al contorno individuali.  Gli affetti, le amicizie, e lo stato economico e sociale acquisito sono difficili, ma non impossibili, da ricostruire una volta lasciato il paese, anche se nella stessa nazione, dove siamo cresciuti o vissuti a lungo. Io ho vissuto la mia infanzia, adolescenza, e parte della gioventù a Viareggio, per poi spostarmi a Torino agli inizi degli anni 80, alla ricerca di un sogno.  Le difficoltà che ho trovato a Torino, per costruirmi un contorno sociale accettabile non sono state inferiori a quelle che ho sperimentato quando sono venuto ad abitare in America. Anzi, se devo dire, forse è stato più facile in America. Come sempre non possiamo cadere nell’illusione di confrontare cose accadute in tempi diversi della nostra vita. Da Torino all’America sono passati dieci anni.  Io ero di dieci anni più maturo, in una situazione economica diversa, e con motivazioni diverse. Anche l’ambiente di lavoro, i Bell Laboratories, era diverso da quello in cui stavo a Torino.  Un ambiente culturalmente eterogeneo ma anche omogeneo allo stesso tempo, quasi interamente composto da persone che venivano da parti diverse del mondo, ma più o meno per lo stesso motivo. Era facile trovarsi e sentirsi parte della stessa tribù. Una cosa del genere non esisteva in Italia. E mentre in Italia, con lo stesso tipo di lavoro, le stesse mie capacità, riuscivo a malapena a permettermi un appartamentino in un paese dormitorio fuori Torino, appena arrivato ai Bell Labs potevo permettermi di abitare in una vera casa con giardino davanti e dietro a cinque minuti di macchina dai Labs, in un posto con prati verdi, boschi, cervi e scoiattoli.  E dopo un anno mi sono comprato una casa, cosa che sarebbe stato impossibile con l’impiego che avevo a Torino.

Mi piace ricordare che quando ho deciso di rimanere negli USA,  ho avuto la percezione che il cielo dell’America fosse  “più grande”. E questa non era solamente una percezione ottica dovuta al fatto che in America gli spazi sono effettivamente più grandi e aperti, e io abitavo nei suburbi dove c’erano solo casette basse e tanti alberi, mentre a Torino abitavo in un posto fatto di cemento e casermoni. Era anche la percezione di meno limiti alla mia capacità  di sognare. Potevo sognare più in alto e più grande, e potevo anche riuscire a realizzare i miei sogni, perché sapevo che altri c’erano riusciti. Infatti, avevo di fronte a me un sacco di esempi di persone che avevano realizzato i propri sogni. E questo era vero in proporzioni notevolmente ridotte in Italia. Percepivo che i sogni, in particolare i miei sogni, potevano diventare realtà in USA, mentre era molto più difficile per me in Italia. È per questo che, in un modo più o meno deliberato, decisi per me e per i miei figli, di stare qui.

E’ comunque vero che, se vogliamo essere onesti nel rispondere alla domanda principale di questa elucubrazione, non possiamo certo non tener conto di chi siamo e che mestiere facciamo. E’ chiaro che non posso confrontare la mia situazione di emigrante di “alto bordo” con quella dell’operaio che lavora in una catena di produzione in una fabbrica di auto a Detroit, vive in una casa popolare, dove è pericoloso uscire alla sera perché anche i bambini spacciano crack e ti possono sparare per rubarti pochi dollari. Non credo che lui, ahimè, possa dire che sta bene in America. Dobbiamo anche ammettere che di Americhe non ce n’è una sola. C’è un’America ricca, colta, e tollerante: quella delle coste Est e Ovest. E c’è un’America povera e ignorante, a volte bigotta fino al parossismo, dove spesso neppure le necessità principali sono garantite.  Penso di poter azzardare una generalizzazione, e poter dire che essere poveri in America è forse una situazione molto peggiore che essere poveri in Italia, anche se purtroppo mi sembra di capire che la differenza stia scomparendo, e che essere poveri in Italia adesso sia molto peggiore di quello che era vent’anni fa.

L’America è un amplificatore (rubo questo a un vecchio libro di De Crescenzo che attribuiva questo concetto alla solitudine). E’ un paese dove se sei povero (e non mi riferisco unicamente alla condizione economica, ma anche e specialmente alla povertà di mezzi culturali e di crescita personale) sei veramente povero, e con il tempo sei sempre più povero. Ma se sei capace, se sei “bravo”, se hai ambizioni e ti dai da fare puoi raggiungere i tuoi obiettivi di successo, anche a volte oltre le tue aspettative (e non solo successo economico…insisto).  In Italia, mi pare, questo sia molto più difficile.

Non posso non fare un confronto fra i due paesi, e non essere dalla parte dell’America, quando vedo, in Italia, persone in gamba, con un alto livello di professionalità, magari uscite dall’Università con un dottorato, e  che a quarant’anni no hanno ancora trovato il modo di sbarcare il lunario consistentemente e decentemente. E non sto parlando di “posto fisso”, che quello è un concetto che non esiste in USA, e di cui parlerò poi. Quando vedo i poveri stipendi dei giovani con alti livelli di educazione in Italia, considerando che il costo della vita non è molto inferiore a quello in USA, non posso non pensare che gli Italiani vangano costantemente presi in giro e gli sia fatto credere che tutto questo sia accettabile. Che non ci siano altri modi di vivere.  In realtà l’Italia ha gli stipendi fra i più bassi, e di gran lunga fra i più bassi, degli stati Europei più ricchi (ovviamente escludiamo la Grecia e la Spagna di questi ultimi anni).  E la cosa peggiore è che l’educazione non è valutata un granché. Mi sono sentito indignato qualche anno fa quando ho sentito il presidente Napolitano tessere gli elogi di una povera ragazza che, con un dottorato in genetica, per potersi permettere di fare  quello che amava, cioè ricerca scientifica, doveva fare i turni come commessa al supermercato. Senz’altro ammirevole dal punto di vista della ragazza, la quale riceve tutta la mia simpatia….ma qual era il messaggio che voleva dare Napolitano alla nazione?  Che il privilegio di essere scienziati va pagato con  il doppio lavoro alla cassa di un supermercato? O che situazioni come queste sono inaccettabili per un paese che si considera fra le grandi potenze culturali e economiche del mondo, e che loro, quelli che stanno al governo, avrebbero dovuto fare qualcosa? Non era chiaro.  Ecco, quando penso a queste situazioni, l’ago della bilancia del “dove si vive meglio” si sposta per me verso l’America.

Continua alla prossima puntata.

Non più quelli della notte

Qualche giorno fa mi è capitato di rivedere una puntata della trasmissione “Quelli della Notte”. Era circa il 1985. Ve li ricordate? Era ambientato in un inverosimile salotto di un fittizio appartamento a Roma di Renzo Arbore, con un’orchestra jam di super musicisti: La New Pathetic Elastic Orchestra (forse una sottile, ma non troppo, allusione alle Plastic Ono Band e la Electric Light Orchestra?). L’orchestra, con geni musicali come Gege’ Telesforo con i suoi skatting e Sal Genovese con il suo sax, era la punteggiatura di tutta la trasmissione, riproponendo, fra uno sketch e l’altro, e in stile jazzato, vecchie canzoni italiane, come “Zingara” o “Bongo Bongo  Bongo”, e nuovi—a quei tempi—piacevoli tormentoni come la sigla iniziale “Ma la notte no” e quella finale “Il materasso”. L’immaginetta/altare di Louis Armstrong a volte piangeva nel sentire cotanto strazio della musica jazz…

E chi non si ricorda il divano con gli ospiti fissi: il colto professor Riccardo Pazzaglia e il suo “scendiamo sempre più in basso”, il frate Antonino “Frassica” da Scasazza (in provincia di Trapani e Agrigento) e i suoi nanetti su Sani Gesualdi, il trombettista Catalano e i suoi ovvi aforismi, o “catalanate” (…e’ molto meglio essere belli, giovani, ricchi, e sani piuttosto che brutti, vecchi, poveri, e ammalati…), il  comunista sfegatato romagnolo Ferrini (ma Bersani lo ha preso come modello?) rappresentante di pedalò con il borsello sempre in spalla e il suo sogno di costruire il famoso muro di Ancona per arginare i meridionali “per il suo bene di loro”. E poi c’era una giovane Marisa Laurito che faceva la maglia e offriva il suo punto di vista  di popolana saggia, mentre Andy Luotto vestito da Arabo traduceva i temi della serata introdotti da Pazzaglia (da dove veniamo, e dove andiamo … ahhh … saperlo, saperlo)  in un Arabo che sembrava un dialetto a metà fra il pugliese e il napoletano. Ma c’erano anche Simona Marchini che leggeva le lettere degli ascoltatori facendo l’oca svampita, e il grande, indimenticabile Giorgio Bracardi (ma lei….quanti anni ha? 57!) artista multiforme di “Alto Gradimento”. E non dimentichiamoci del lookologo Roberto D’Agostino, con la sua look parade. E’ grazie a lui che abbiamo conosciuto la transumanza post-appenninica, l’edonismo reaganiano, e perché no, Bonito Oliva e il grande Milan Kundera con il suo “L’insostenibile Leggerezza dell’Essere”, che ho riletto forse più di tre volte da allora. La trasmissione andava in onda tutti i giorni in tarda serata, e ricordo che era diventata quasi un’ossessione. Facevamo il possibile per non perdere una puntata e ri-raccontarcela al lavoro la mattina dopo.

A parte una grande nostalgia per quei tempi quando avevo quasi trent’anni di meno, e non sapevo ancora che un giorno avrei abitato in America, rivedermi alcuni sketch di “Quelli della Notte”  mi ha fatto pensare a come, noi Italiani, fossimo in media più felici nella seconda metà degli anni 80 di quanto lo siamo adesso. Gli anni di piombo erano appena passati, e ci sentivamo ricchi (anche se non lo eravamo … ma più  di adesso), contenti, e speranzosi. E’ vero che sotto-sotto covava il marciume economico e politico che poi si sarebbe rivelato negli anni novanta, e che forse ha contribuito in parte a portarci dove siamo adesso. Ma noi non lo sapevamo e il mondo ci pareva più bello.

Ho anche pensato a come la televisione, quella bella, sia davvero finita dopo quegli anni. Oramai non guardo più la TV Italiana, dopo aver guardato per anni RAI International, cioè il peggio del peggio che veniva somministrato agli emigrati; e non ho mai guardato la TV USA, che mi ha sempre annoiato. Ho deciso di interrompere l’abbonamento al canale di RAI International un giorno di cinque o sei anni fa quando mi sono reso conto che i programmi che ci mandavano (e ho capito poi che non erano il peggio del peggio, ma il meglio di quello che la televisione italiana offriva…figurati il resto…) erano di un cattivo gusto spettacolare, i comici non faceva ridere e dicevano parolacce, le risate erano registrate, le soubrette erano oche per davvero, e non per finta, i presentatori penosi, gli spettacoli di canzoni erano orribili, i giochi televisivi stupidi (pensate a quello delle scatole con dentro i soldi…e confrontatelo con il vecchio e bistrattato Rischiatutto) e tutto era un format comprato da qualche altro paese e riempito di stupidaggini locali. Era forse l’inizio di un impoverimento culturale che continua anche adesso?  Quando sono in Italia e mi capita di guardare la televisione mi rendo anche conto come il cattivo gusto e la mancanza del senso estetico abbia colpito un po’ tutto (e non solo la televisione). Anche le pubblicità sono brutte (vi ricordate Carosello?). Boh? Sarò io che sono cambiato, e diventato un po’ più acido e critico. Ma forse, trasmissioni con un sottile e intelligente umorismo e buon gusto come “Quelli della Notte” non se ne fanno più … o no?

Le case di Roberto (di Paolo Baggia)

web-5911Questo l’ha scritto il mio amico Paolo Baggia qualche mese fa. Lo ripropongo qui un po’ per quella vanità  che proviamo quando gli altri parlano di noi, ma anche  perché Paolo e’ un caro amico, scrive meravigliosamente, amo leggere i suoi pensieri che manda per email ogni tanto a una lista segreta di amici, e mi fa piacere avere una sua storia qui nel mio blog. Paolo parla di quello che sente, dei libri che legge, della politica, dei film, del suo paese, Fossano, che non lascerebbe per nulla al mondo, e della vita in generale.  Ci siamo incontrati tanti anni fa, quando entrambi lavoravamo allo CSELT, direi quasi di sfuggita, quando io stavo emigrando per gli USA. Ci siamo poi rincontrati tante volte, alle conferenze, ai trade-shows, alle riunioni di standardizzazione del W3C, di qua e di la in giro per il mondo. Abbiamo amici comuni, un modo simile ma diverso di guardare al mondo, un desiderio condiviso di incontrarci e parlare  davanti a un buon bicchiere di vino o una birra. Amo la sua gentilezza, profondità, e amicizia. Prima che Loquendo, la ditta per cui lavorava, fosse acquisita da una ditta molto più grande e globale, avevamo i nostri appuntamenti fissi, a una conferenza annuale di New York durante l’estate, e ad un’altra a San Francisco durante l’inverno. In queste occasioni riuscivamo sempre a passare una serata assieme a parlare di libri, di film, delle nostre vite, e degli amici comuni. Adesso, dopo l’acquisizione della sua ditta, i suoi viaggi sono molto più  rari, ed e’ più  difficile programmare le nostre serate filosofeggianti e intellettuali  Spero che avremo occasione di incontrarci di nuovo, da qualche parte del mondo, e condividere i nostri pensieri. Questo pezzo racconta con delicatezza di una parte della sua vita attraverso i nostri incontri e i miei spostamenti da una casa all’altra.  Ciao Paolo. Spero di rivederti presto.

LE CASE DI ROBERTO di Paolo Baggia

Sguardo perso nel vuoto, sono da IKEA, in testa ritorna il ritornello di Back to Black di Amy Winehouse. Sto pensando ad un Farewell Party al 45 piano della 10th avenue angolo 41st. L’amata e ammirata casa di Roberto, che presto lascerà, per assumere un prestigioso incarico sulla costa opposta. Io sono presente solo con il pensiero nel salutarlo e nel brindare ad una nuova svolta della sua turbolenta vita. Eppure ho varcato quella soglia svariate volte, ho scrutato Lower Manhattan dalla parete vetrata, sono salito al terrazzo del piano superiore con un bicchiere in mano a guardare lo Hudson, la costa del NJ o di lato i colori della punta dell’Empire.

Non ricordo se quando entrai in CSELT per iniziare la tesi incontrai Roberto, immagino di sì, ma non lo ricordo. Passavo le giornate in  biblioteca dove avevo la scrivania o alla fotocopiatrice di Surace. Ricordo invece che ci siamo incrociati qualche anno dopo nel 1989-90, mentre lui tornava in Italia per chiudere casa e partire per la trasferta definitiva negli USA con moglie e Dan primogenito, Alex sarebbe nata in terra americana. Ho mancato quella sua prima casa in NJ, la stessa che ha accolto innumerevoli amici, di cui ho ascoltato reiterati racconti ed aneddoti da fonti molteplici. Quel decennio abbiamo iniziato ad incrociarci soprattutto alle conferenze. Indelebile la mia prima, EUROSPEECH-91 a Genova, lui il moderatore del mio primo talk, a lui il mio primo “Thank you, Mister Chairman”, con il battito alle stelle e paura che le slide cadano dalle mani sudate per non riuscire più a rimetterle in ordine. In seguito mitiche cene, come quelle di ICASSP-93 a Minneapolis, una sorta di iniziazione per me novellino ad una comunità di ricerca fatta anche di italiani sparsi in nazioni diverse. Infine, EUROSPEECH-97, dove io ho guidato i colleghi a vincere un orribile premio e Roberto ha schiantato la barca a vela sugli scogli. Non lo sapevo ma stava per chiudersi il periodo della mia vita lavorativa, quello dedicato alla ricerca, ma a dire il vero anche Roberto iniziava la transumanza, stava per lasciare il mitico periodo dei Bell Labs e poi AT&T Research per lanciarsi nel mondo dell’industria, prima tappa Speechworks.

Iniziava per me il periodo degli standard con una faticosa gavetta fino a diventare il primo europeo e tra i primi al mondo, non tanto per meriti quanto per longevità in questo incarico, terminato bruscamente a Settembre. Anche allora io nostri passi si sono incrociati in occasione degli incontri face-to-face del W3C. Come dimenticare il Negroni nel suo ufficio che si affacciava su Battery Park, con la Statua poco più in là, e Sasha, Bob e altri. È da li che abbiamo iniziato a vederci con continuità e che è nata un’amicizia. Niente è stabile, ed siamo al 2003 quando Speechworks per prima cade nel gorgo. Roberto lascia e si posta in IBM. In occasione di un meeting mi ospita per un paio di giorni nella sua nuova casa a Peekskill, ha lasciato il NJ per risalire lo Hudson nello stato di NY. Una casetta a due piani, con la porta che scende nel semi interrato dove una sola vetrata isola dall’esterno. La mia prima, e mi pare unica, esperienza in una casa americana, con i cerbiatti che pascolano nel parto, gli spaghetti e Kill Bill v.1. Il mattino successivo a risalire lo Hudson fino ai mercatini di Cold Spring, con West Point sull’altro lato del fiume. Erano anche gli anni delle cene con Pino, Beppe e Roberto per incrociare i gossip sugli amici comuni e aggiungere nuovi tasselli alle amicizie in comune.

Passa poco e Roberto ritorna a Manhattan diventando sempre di più l’attrattore di tutti gli Italiani in trasferta. Lui mentore della vita diurna e notturna della città. È allora che l’appuntamento di agosto diventa un classico per ritrovarsi con Rosanna e Attilio, Monica e Stefano, Luisa, Silvio, Paolo, Davide ed io. Un appuntamento fisso, una specie di conferenza SpeechTEK, e l’occasione per cene, party sulla terrazza e Francesca o gli  amici newyorkesi, Leide e DC, le simpatiche persone di SpeechCycle: Zor, Khrishna, Jackson e David. Momenti divertenti, resi sprizzanti dalla vitalità di Roberto. E la sua casa, come punto di ritrovo o di approdo, i nudi fotografici, le canzoni e soprattutto la libreria del soggiorno i cui titoli scorrevo compulsivamente per cercare qualcosa di nuovo. Roberto sapeva e ogni volta si scervellava ad indicarmi qualche titolo che avrei divorato prima della volta successiva, spesso prendendo in prestito i suoi volumi. Ho sul tavolino da notte, fermo a metà, il Black Swan di Taleb.

Ora una nuova svolta, Roberto lascia la Grande Mela per San Francisco, ma soprattutto io ed i colleghi siamo finiti nel buco nero, inghiottiti dalla Balena Bianca, nel suo ventre cercando di orizzontarci a tastoni. Non so se e quando potrà capitare di attraversare ancora le vie di Manhattan o salire le ripide salite di Frisco e allora andare a visitare Roberto in una sua nuova casa, immagino con vista sulla Baia o sull’Oceano.

Canticchiando Tears Dry on Their Own, procedo chiedendomi dei perché a cui non ho risposta.

Paolo (04.12.11)

Raccontare New York

E’ circa un anno che abito sulla costa Ovest, e anche se comincio ad amare la bellezza di queste terre, ancora mi manca New York. Questo sentimento di amore verso una città che vista dall’esterno appare caotica, invivibile, fredda (e non solo del calore umano) non appartiene solo a me, ma per quanto mi sembra di capire, a quasi tutti quelli che vivono, o hanno vissuto per un periodo ragionevolmente lungo a New York. Ho pensato a lungo, e continuo a pensare al perché. Cosa ha New York di diverso da tutti gli altri posti nel mondo che ti prende, un po’ come una assuefazione, da cui tanti non riescono a uscire. Cosa ha New York di speciale che tutte le volte che ci torni ti senti a casa e ti viene voglia di rimanerci?  Ho trovato un po’ di spiegazioni razionali, ma che non mi soddisfano ancora completamente. Cercherò di spiegare qui le conclusioni alle quali sono arrivato … per il momento.

2007_Manhattan_rszdIntanto, per prima cosa, fatemi dire perché apparentemente, un essere razionale non dovrebbe mai vivere a New York. I soliti luoghi comuni, che non nego abbiano un fondo di verità. Una città caotica, una giungla d’asfalto, cemento, e macchine. A volti esci da casa al mattino e il traffico è già’ insostenibile, lo smog ti prende alla gola. Se piove o nevica è un vero e proprio inferno. Cerchi un taxi e non lo trovi neanche a peso d’oro. E se lo trovi, e se il tassista decide di prenderti a bordo (perché a volte i tassisti di NY sanno dove vogliono andare e non si lasciano convincere da un povero cliente pagante), magari ti sbarca dopo tre o quattro isolati perché il traffico non si muove. La metropolitana, nelle ore del mattino, è superaffollata. I condotti e le scale che scendono nella subway sono sporchi e puzzolenti. Mentre le metropolitane di Parigi e Londra, sono facili da capire, per cui anche i turisti dopo un paio d’ore sono in grado navigare per tutta la città in largo e lungo, la subway è complicata e incomprensibile. Solo gli abitanti la capiscono, e non sempre. Treni diversi vanno sulle stesse line, a tratti, poi alcuni cambiano linea, alcuni sono espressi, altri locali.  Per non parlare delle varianti du jour, per cui non sai mai se il treno che hai preso, tipicamente locale, è stato trasformato, per quel giorno, in un espresso, e se mai fermerà  alla stazione  di tua scelta. E a volte vedi passare dalla tua stazione treni che non dovrebbero passarci, tipo il B train sulla linea dell’A train … e ti chiedi … boh?

IMG_8971_rszdUna città costosissima. Tutto è più’ caro: il cibo, i trasporti, i medici, l’assicurazione per la macchina (se mai decidessi di avere una macchina a New York), il garage, che costa quasi come l’affitto di un appartamento, e in modo particolare l’alloggio. In Manhattan puoi spendere migliaia di dollari al mese per affittare un monolocale di trenta metri quadri, con un bagno vecchio, una cucina che cade a pezzi, una finestra da cui non entra mai la luce perché ha una vista sul muro del palazzo di fronte, e costante puzza di cavolfiori bolliti e cibo cinese nei corridoi bui e nell’ascensore stile anni trenta. E poi il clima. L’estate può essere torrida, e l’inverno artico. Con temperature abbondantemente sotto lo zero, a volte anche quello Fahrenheit, ti puoi mettere tre cappotti, due cappelli  doppi guanti, e mutande di lana,  ma dopo dieci minuti per strada cominci a battere i denti e  le immagini che ti vengono in mente sono quelle di Robert Scott nella spedizione al Polo Sud, o la ritirata dei soldati Napoleonici dalla Russia. Allora, perché una persona normale non solo decide di vivere a New York, ma si innamora perdutamente di questa città?

Cominciamo dal tipo di vita che si fa a New York. Per prima cosa, andando ad abitare a New York, si accetta di vivere in un appartamento di pochi metri quadri. Quando dico pochi, intendo pochi. Conosco gente che vive felicemente in venti metri quadri. Io, più fortunato, vivevo in un bi-locale, soggiorno con cucinotto e stanza da letto, di si e no cinquanta metri quadri, con un affitto mensile da brivido.

IMG_9638_rszdAndare a vivere in uno spazio ristretto, specialmente abituati alle grandi case suburbane, con 5 o sei stanze da letto,  tre o quattro bagni, due soggiorni, e acri di terreno con erba da tagliare tutte le settimane, sembra una transizione impossibile. Ma piano piano se ne capiscono i vantaggi, e poi ci si abitua a tal punto che ci si sentirebbe perduti a tornare in una McMansion in New Jersey. Come prima cosa, andare a vivere in un appartamentino di New York (una cosiddetta shoebox, o scatola per scarpe), ti costringe a fare una bella pulizia delle cose che hai, e metaforicamente parlando ti costringe ad una pulizia radicale della tua vita. Quante cose hai che non ricordi neppure di avere? O che non usi da anni? Be’ … quelle sono le prime a partire, assieme ai libri già letti; se poi li vuoi rileggere li puoi sempre comprare per il kindle, o ritrovare usati fra le diciotto miglia di libri di Strand rszd-1327sulla dodicesima e Broadway, e poi rivenderli. E cosa dire della tua collezione di dischi di vinile che tanto non serve a nulla perché non hai più un giradischi da anni, e i cinquecento o più CD che tappezzavano una parete intera del tuo studio? Tanto quelli, con un po’ di pazienza, li puoi copiare in digitale su un disco del computer.  Non parliamo delle foto. Quelle vecchie si scannerizzano, e quelle nuove sono già digitali. Alla fine ti convinci che tutto quello che è importante per te e per la tua vita, sta comodamente su un disco da un terabyte. Tutto il resto è superfluo. Se proprio vuoi, puoi portarti un tavolo e quattro sedie, un divano, e un letto. I comodini, se c’entrano, sono opzionali. Con questo cominci a pensare meno a quello che hai, e più a quello che fai. Perché New York è una città dove invece di avere, si fa. Solo perché non c’è posto per avere cose, e ogni cosa che compri, anche un paio di scarpe, ci pensi due volte (oddio!!! Il ripostiglio è pieno…).

Quindi la casa, oltre che come ripostiglio per le poche cose che ti rimangono, serve quasi unicamente per dormirci, e occasionalmente fare qualche festa. Il numero di persone che puoi fare stare in una shoebox di New York è incredibile. Io ho fatto feste con quasi cinquanta persone nel mio appartamento da cinquanta metri quadri…be’ un metro quadro a persona è uno spazio enorme.rszd-4523  E se il tempo è bello, la festa può sempre migrare sulla terrazza sul tetto. Tutto il resto si fa fuori dall’appartamento. E’ per quello che c’è sempre tanta gente in giro a New York, per le strade, nei ristoranti, a studiare o lavorare nei caffè. E questo è vero a qualunque ora del giorno e della notte. Torni a casa da una festa alle quattro di mattina, e ti trovi in mezzo alla gente, e riesci anche a trovare un caffè, un ristorante, una libreria, o un supermercato aperto, casomai ti venisse voglia di comprarti un po’ di lime e tequila per farti una margarita, alle quattro di mattina. New York non è mai vuota. Il calore e il colore della gente che è sempre in giro fanno di New York una città umana, contrariamente agli stereotipi di chi non ci ha mai vissuto, e che pensa che New York sia una città fredda e disumana. Al contrario. Penso che New York sia la città più umana nella quale abbia mai vissuto. A questo bisogna aggiungere che New York è un posto dove ci sono ancora i negozietti, le grandi catene non attecchiscono. Ci sono ancora librerie vecchie di cinquant’anni con il proprietario che ti parla degli ultimi libri, panetterie, macellerie, pasticcerie e così via. Questo aggiunge all’umanità di New York.

Del fatto che New York sia una città dove la dimensione umana è preponderante rispetto a tutto il resto me ne sono reso conto un paio di mesi fa sulla subway, quando già stavo a Berkeley da più di sei mesi, e sono tornato a New York per un paio di giorni. La metropolitana di New York, la subway, è forse l’epitome di questa umanità straripante da tutti i suoi pori. E’ uno spettacolo continuo (una delle poche città al mondo, forse l’unica, dove la metro funziona ventiquattro ore al giorno). La varietà, la diversità, il colore, le sorprese dello spaccato di umanità della metropolitana di New York mi hanno sempre affascinato, e questo fascino l’ho gustato di nuovo durante la mia breve visita. Andare sulla subway è un po’ come andare al cinema.rszd-9567 Sentivo qualcosa che mi portava indietro verso New York, verso il fascino che emana, verso quella forza che rende difficile andarsene. Un po’ come una droga, un’assuefazione, una curiosità infinita e mai soddisfatta verso tutte quelle persone che si accalcano sui treni che percorrono l’isola di Manhattan avanti e indietro.

A New York possedere la macchina è un lusso inutile, salvo che non ti serva per andare a lavorare fuori città. Ho avuto la macchina a New York per un po’, perché venivo dai suburbi e pensavo che non avere una macchina fosse un po’ come non avere le gambe, cosa che è verissima nei suburbi, dove se non hai una machina sei praticamente morto. Ma dopo un anno ho capito che la macchina non mi serviva a nulla. La usavo sì e no un paio di volte al mese, per andare a trovare alcuni amici che abitavano fuori, e basta. Una volta che sono andato in macchina a fare la spesa a un megasupermercato del New Jersey, mi sembrava di comprare cibo di plastica (la qualità del cibo a New York, anche quello dei supermercati è infinitamente più ricercata). Per questa non–necessità inutile,  tutti i mesi dovevo pagare il garage, che era quasi come pagare un secondo appartamento, e l’assicurazione che mi era andata alle stelle. E quindi l’ho venduta, e mi sono sentito libero, per la prima volta nella mia vita da adulto, dalla necessità delle quattro ruote.  A New York ci si muove a piedi, in metropolitana, o in taxi. Non che sia facile…a volte, specialmente quando piove, non trovi un taxi neppure a pregare in sanscrito. Ma questo fa parte del colore di New York, e ti fornisce sempre l’opportunità per una buona scusa se arrivi tardi a un appuntamento (oggi è uno di quei giorni … mi c’è voluta mezz’ora per trovare un taxi…).

rszd-1301Il non dover guidare, perché’ i tassisti e la metropolitana lo fanno per te, e il non dover parcheggiare, ne fare benzina, ti rendono la vita enormemente più facile. E dopo un po’ che abiti a New York, scopri che la vita è estremamente più facile che in qualunque altro posto, specialmente i suburbi. Non solo ti sei liberato dalla responsabilità di guidare e cercare il parcheggio, ma anche da quelle mille altre responsabilità che riempiono la vita di tutti i giorni. Cominciamo a dire che vivi in un appartamento minuscolo. Quindi le IMG_3461_2_rszdpulizie di casa diventano veramente facili, e puoi sempre decidere di prenderti qualcuno che ti viene a fare le pulizie una volta la settimana. Poi tanto in casa ci vai solo a dormire, e quindi sporchi il minimo.  Cucinare? A New York? New York è in pratica una gigantesca fiera di ristoranti di tutti i tipi e per tutte le tasche. Ce ne sono più di duemila, con un ricambio continuo, perché tanti falliscono e ne nascono di nuovi. E se non vuoi andare al ristorante, la pizza all’angolo per 99 centesimi a fetta è imbattibile sotto tutti i punti di vista. E poi tutti i ristoranti ti portano la cena a casa. Anche solo una zuppa o un paio di fette di pizza. Basta scegliere uno di quei menù che tutti i giorni ti trovi sotto la porta di casa: cinese, giapponese, indiano, messicano, e perché no? italiano, francese, spagnolo o singalese … una varietà di cibo infinita che ti viene consegnata alla porta di casa, ancora calda, appena mezz’ora dopo che hai chiamato…a patto che sia riuscito a farti intendere dalla cameriera cinese o indiana dall’altro capo del telefono.

rszd-1932Per non parlare della lavanderia. Spesso il palazzo è associato con una lavanderia vicina. Esci di casa, lasci i tuoi panni sporchi, incluse le lenzuola, mutande e calzini, e la sera te li ritrovi, dal portiere, lavati e stirati, il quale portiere ti ha anche mandato un’email per avvertirti che la tua roba è pronta. Tutto quello di cui hai bisogno ti viene consegnato a domicilio, perfino la spesa, casse di vino, il costume per Halloween, i piatti nuovi che hai comprato da Crate and Barrell. Puoi telefonare per farti fare un massaggio a domicilio, lezioni di pianoforte, di lingua, di salsa e merengue. Tutto, proprio tutto. Quindi a New York ci si abitua a non fare nulla di tutto ciò che rende la vita quotidiana faticosa. Ci si concentra sulle cose che si vogliono fare, non quelle che si “devono” fare.

rszd-1840Parliamo adesso della vita sociale. Intanto avrete già capito che quando parlo di New York, mi riferisco in realtà a Manhattan, escludendo i Queens, Brooklyn, Staten Island, e il Bronx, che fanno ben parte di New York City, ma per i Manhattaniti sono terre lontane, quasi come il New Jersey o la California. E’ vero che alcune fasce di Brooklyn stanno diventando sempre più trendy—per esempio Williamsburg—ma per i Manhattaniti classici, New York è solo l’isola di Manhattan. Tutto il resto è estero, e a volte, scherzando, dicono che non hanno il passaporto per andare a Brooklyn. La maggior parte delle persone che frequenti vivono nell’isola, e sono tutte a un tiro di subway. Se hai qualche amico che non vive nell’isola, i rapporti diventano sempre meno frequenti, fino a volte a scomparire. Un po’ come tutti quelli che non sono su Facebook… alla fine non sai neppure se esitano più. Quindi l’isola crea una forza di attrazione positiva, per cui tutto il tuo entourage giornaliero è a un tiro di schioppo, raggiungibile e disponibile, in teoria, a ogni ora del giorno e della notte. Se vuoi vedere qualcuno, basta telefonare, e mettersi d’accordo per trovarsi in un paio d’ore a un ristorante, un cinema, un teatro, per un aperitivo da Eataly, o semplicemente sulle panchine dell’Union Square. A questo bisogna aggiungere che quasi tutta la popolazione di Manhattan è single. Questo non vuol dire che non siano coppie o famiglie. Essere single è uno stato mentale. Per essere single non occorre essere single.  Anche una coppia con quattro bambini è single, a Manhattan, e spesso disponibile a uscire per una birra alle undici di sera, o andare a teatro con poche ore di preavviso, sempreché trovino una babysitter, o convincano il marito o moglie a rimanere a casa. Anche questa una caratteristica che ho trovato solo a Manhattan e che rende i rapporti sociali più facili.  Comunque è anche vero che Manhattan è una delle città con più single, quelli veri. Non so perché ma la gente a Manhattan tende a rimanere single. Alla continua ricerca del partner perfetto, in una successione interminabile d’incontri che non finiscono mai, o quasi mai, in un rapporto stabile. Ma di rszd-9340questo parleremo un’altra volta.

Be’… adesso magari voi che non vivete che o che non avete mai vissuto a Manhattan non mi crederete. E fate bene perché tanto di quello che vi ho detto è stato modificato dalla mia memoria imperfetta. Ci ricordiamo solo le cose positive, e cambiamo, arrotondiamo, rendiamo un po’ romantico tutto il resto.  Però ci deve essere un fondo di verità in tutto quello che ho raccontato, altrimenti non si riuscirebbe a spiegare una città che apparentemente sembra impossibile, della quale tutti si lamentano, ma che nessuno lascerebbe per nessun motivo, o quasi.

L’Italia delle spine

Volevo scrivere questo da almeno un’anno, e adesso, visto che ho deciso di farmi un blog in Italiano, e’ giunto il momento. Abito in America (cioè’ in USA, perché  anche il Canada e’ America, e anche il Messico, e se vogliamo anche il Cile e il Brasile) da più  di vent’anni. Amo l’America, ma amo anche l’Italia, nello stesso modo e con la stessa intensità’. La prima perché’ mi ha fatto sognare, e ancora lo sta facendo, la seconda perché  mi ha fatto nascere e mi ha dato la cultura e l’amore per le cose belle, che ahimè’ spesso non ritrovo più, di questi ultimi tempi, nella mia patria natale. Ma di questo ne parleremo un’altra volta.

Quello che voglio raccontare adesso e’ che tutte le volte che vado in Italia–e vado spesso, almeno tre o quattro volte l’anno, o forse più–non posso fare a meno di prendermela per quelle piccole cose a cui gli Italiani evidentemente si sono abituati, ma che trovo assolutamente fastidiose. Anzi, nella mia arroganza da emigrato in America, mi viene da pensare che l’accettazione di questi piccoli e fastidi contribuisce poi alla accettazione passiva, senza alcun segno di indignazione di cose più’ serie e brutte che il nostro Bel Paese sta purtroppo sperimentando in questo momento storico.

Quello a cui mi riferisco, che e’ cosa piccola ma secondo me sintomatica di altri problemi,  e’ il problema delle spine. Come si sa siamo tutti affamati di energia. Arriviamo da un viaggio–che adesso che abito sulla West Coast e’ di 14 o più’ ore–con tutte le nostre cianfrusaglie scariche: l’iPhone, l’iPad, il PC, la macchina fotografica, e chi più’ ne ha più  ne metta. Porto sempre con me i convertitori da presa USA–semplice e sempre uguale per tutti i dispositivi e per tutte le prolunghe, non cambia da decenni, un po’ come i dollari–a presa Italiana. E qui cominciano i problemi. Quando si cerca la prolunga. Perché’ non basta, come in tutti gli altri paesi più’ o meno civili, avere una presa Italiana. Ci sono le prese normali (quelle più’ piccole per intenderci) con due o tre poli. E se hai una spina (il maschio) con tre poli, e una presa (la femmina) con due buchi, non riesci a infilarla. Ti manca un buco. Quindi devi trovare un adattatore da tre a due poli, che mi dicono sia illegale, ma no impossibile da trovare. Ma non e’ tutto, perché’ la presa, o la spina, può’ essere quella di tipo industriale (quella grossa, per intenderci), di nuovo con due o tre poli. E quindi non basta trovare un adattatore (molto probabilmente illegale, ma che puoi comprare al mercato nero dietro casa) da tre poli a due buchi, ma ti serve anche uno da normale a industriale (perché’ i caricabatterie non sono industriali), con due o tre poli, a seconda della situazione. E per rendere il tutto ancora più’ complicato, c’e’ adesso le presa “tedesca”. Si, perché  certe cose, in Italia (per esempio gli elettrodomestici) arrivando con la spina tedesca (mi dicono che si chiama schuko, contrazione di Schutzkontakt, che vuol dire contatto di protezione, N.d.T.), ma ai nostri vecchi muri delle nostre vecchie case, le prese schuko non ci sono, e quindi vai … un’altro adattatore. Quindi se vai a cercare una semplice prolunga nel cassetto delle prolunghe, ti trovi un mare di possibilità (le ho contate, sono 25 combinazioni di possibili prese ai due capi della prolunga, fidatevi .. o magari ho sbagliato il calcolo?), e ovviamente ti manca proprio quella che ti serve. Vai a cercare l’adattatore fuore legge, e ovviamente non ce l’hai. E cosa fai? Lasci scaricare le ultime gocce d’energia dai cellulari e PC che hanno attraversato mari e monti con te, e non ti arrabbi perché’ sei troppo stanco, e ti prometti di andare a comprare, domani, un adattatore sottobanco al negozietto all’angolo.  Benvenuto in Italia, l’Italia delle spine.