Si vive meglio in Italia o in  America?  E per America mi riferisco agli USA, perché come ho già detto in precedenza anche la Bolivia e il Perù sono “America”. Recentemente un’amica, che passa gran parte del suo tempo in Italia, ma viene regolarmente e molto spesso in America, mi ha fatto questa domanda. Piuttosto che mandarle una risposta in privato, perché questa è una domanda che a noi “emigrati” fanno spesso, ho deciso di trattare quest’ argomento un po’ come un saggio e pubblicarlo su questo blog , essenzialmente per chiarirmi le idee sulla questione, e per dare una risposta non solo a lei,  ma anche a tutti gli altri.

La domanda così posta, ovviamente, non ha molto senso, e l’unica risposta che posso dare è “dipende”. Anche dal punto di vista esperienziale e sperimentale la domanda non ha senso, perché se uno vive in Italia, non vive in America, e viceversa,  nello stesso esatto momento e nelle stesse esatte condizioni sperimentali. Come ogni altra cosa nella vita, per ogni strada scelta, non sappiamo come sarebbe stato prendere l’altra strada. Vivrei meglio oggi se più di vent’anni fa avessi scelto di rimanere in Italia? Non c’è modo di saperlo. Tutto è possibile nell’universo parallelo che non abbiamo scelto ieri o venti anni fa, e anche se crediamo nella possibilità degli universi che si sdoppiano a ogni biforcazione della vita creata da ogni nostra scelta (e io ci credo),  quello che esiste è solamente il presente e  la successione di fatti e coincidenze che ci hanno portati fin qui.  Il resto è solo speculazione che non ha nessun valore, perché si parla di qualcosa che non è accaduto…se avessi fatto, se avessi detto, se avessi …se … se …  L’unica cosa che posso fare per tentare di rispondere alla domanda in questione è condividere la mia esperienza e quello che penso della vita nei due paesi dopo aver vissuto per più di trent’anni in Italia, e più di venti in America, sempre mantenendo stretti contatti affettivi e culturali con il Bel Paese.  E anche se proverò a generalizzare, mi rendo conto che la generalizzazione è spesso un trappola, e la mia esperienza di emigrato privilegiato non si può sempre applicare ad altre situazioni.

Innanzi tutto bisogna rendersi conto che le componenti principali del  “vivere bene” sono essenzialmente le condizioni al contorno individuali.  Gli affetti, le amicizie, e lo stato economico e sociale acquisito sono difficili, ma non impossibili, da ricostruire una volta lasciato il paese, anche se nella stessa nazione, dove siamo cresciuti o vissuti a lungo. Io ho vissuto la mia infanzia, adolescenza, e parte della gioventù a Viareggio, per poi spostarmi a Torino agli inizi degli anni 80, alla ricerca di un sogno.  Le difficoltà che ho trovato a Torino, per costruirmi un contorno sociale accettabile non sono state inferiori a quelle che ho sperimentato quando sono venuto ad abitare in America. Anzi, se devo dire, forse è stato più facile in America. Come sempre non possiamo cadere nell’illusione di confrontare cose accadute in tempi diversi della nostra vita. Da Torino all’America sono passati dieci anni.  Io ero di dieci anni più maturo, in una situazione economica diversa, e con motivazioni diverse. Anche l’ambiente di lavoro, i Bell Laboratories, era diverso da quello in cui stavo a Torino.  Un ambiente culturalmente eterogeneo ma anche omogeneo allo stesso tempo, quasi interamente composto da persone che venivano da parti diverse del mondo, ma più o meno per lo stesso motivo. Era facile trovarsi e sentirsi parte della stessa tribù. Una cosa del genere non esisteva in Italia. E mentre in Italia, con lo stesso tipo di lavoro, le stesse mie capacità, riuscivo a malapena a permettermi un appartamentino in un paese dormitorio fuori Torino, appena arrivato ai Bell Labs potevo permettermi di abitare in una vera casa con giardino davanti e dietro a cinque minuti di macchina dai Labs, in un posto con prati verdi, boschi, cervi e scoiattoli.  E dopo un anno mi sono comprato una casa, cosa che sarebbe stato impossibile con l’impiego che avevo a Torino.

Mi piace ricordare che quando ho deciso di rimanere negli USA,  ho avuto la percezione che il cielo dell’America fosse  “più grande”. E questa non era solamente una percezione ottica dovuta al fatto che in America gli spazi sono effettivamente più grandi e aperti, e io abitavo nei suburbi dove c’erano solo casette basse e tanti alberi, mentre a Torino abitavo in un posto fatto di cemento e casermoni. Era anche la percezione di meno limiti alla mia capacità  di sognare. Potevo sognare più in alto e più grande, e potevo anche riuscire a realizzare i miei sogni, perché sapevo che altri c’erano riusciti. Infatti, avevo di fronte a me un sacco di esempi di persone che avevano realizzato i propri sogni. E questo era vero in proporzioni notevolmente ridotte in Italia. Percepivo che i sogni, in particolare i miei sogni, potevano diventare realtà in USA, mentre era molto più difficile per me in Italia. È per questo che, in un modo più o meno deliberato, decisi per me e per i miei figli, di stare qui.

E’ comunque vero che, se vogliamo essere onesti nel rispondere alla domanda principale di questa elucubrazione, non possiamo certo non tener conto di chi siamo e che mestiere facciamo. E’ chiaro che non posso confrontare la mia situazione di emigrante di “alto bordo” con quella dell’operaio che lavora in una catena di produzione in una fabbrica di auto a Detroit, vive in una casa popolare, dove è pericoloso uscire alla sera perché anche i bambini spacciano crack e ti possono sparare per rubarti pochi dollari. Non credo che lui, ahimè, possa dire che sta bene in America. Dobbiamo anche ammettere che di Americhe non ce n’è una sola. C’è un’America ricca, colta, e tollerante: quella delle coste Est e Ovest. E c’è un’America povera e ignorante, a volte bigotta fino al parossismo, dove spesso neppure le necessità principali sono garantite.  Penso di poter azzardare una generalizzazione, e poter dire che essere poveri in America è forse una situazione molto peggiore che essere poveri in Italia, anche se purtroppo mi sembra di capire che la differenza stia scomparendo, e che essere poveri in Italia adesso sia molto peggiore di quello che era vent’anni fa.

L’America è un amplificatore (rubo questo a un vecchio libro di De Crescenzo che attribuiva questo concetto alla solitudine). E’ un paese dove se sei povero (e non mi riferisco unicamente alla condizione economica, ma anche e specialmente alla povertà di mezzi culturali e di crescita personale) sei veramente povero, e con il tempo sei sempre più povero. Ma se sei capace, se sei “bravo”, se hai ambizioni e ti dai da fare puoi raggiungere i tuoi obiettivi di successo, anche a volte oltre le tue aspettative (e non solo successo economico…insisto).  In Italia, mi pare, questo sia molto più difficile.

Non posso non fare un confronto fra i due paesi, e non essere dalla parte dell’America, quando vedo, in Italia, persone in gamba, con un alto livello di professionalità, magari uscite dall’Università con un dottorato, e  che a quarant’anni no hanno ancora trovato il modo di sbarcare il lunario consistentemente e decentemente. E non sto parlando di “posto fisso”, che quello è un concetto che non esiste in USA, e di cui parlerò poi. Quando vedo i poveri stipendi dei giovani con alti livelli di educazione in Italia, considerando che il costo della vita non è molto inferiore a quello in USA, non posso non pensare che gli Italiani vangano costantemente presi in giro e gli sia fatto credere che tutto questo sia accettabile. Che non ci siano altri modi di vivere.  In realtà l’Italia ha gli stipendi fra i più bassi, e di gran lunga fra i più bassi, degli stati Europei più ricchi (ovviamente escludiamo la Grecia e la Spagna di questi ultimi anni).  E la cosa peggiore è che l’educazione non è valutata un granché. Mi sono sentito indignato qualche anno fa quando ho sentito il presidente Napolitano tessere gli elogi di una povera ragazza che, con un dottorato in genetica, per potersi permettere di fare  quello che amava, cioè ricerca scientifica, doveva fare i turni come commessa al supermercato. Senz’altro ammirevole dal punto di vista della ragazza, la quale riceve tutta la mia simpatia….ma qual era il messaggio che voleva dare Napolitano alla nazione?  Che il privilegio di essere scienziati va pagato con  il doppio lavoro alla cassa di un supermercato? O che situazioni come queste sono inaccettabili per un paese che si considera fra le grandi potenze culturali e economiche del mondo, e che loro, quelli che stanno al governo, avrebbero dovuto fare qualcosa? Non era chiaro.  Ecco, quando penso a queste situazioni, l’ago della bilancia del “dove si vive meglio” si sposta per me verso l’America.

Continua alla prossima puntata.

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