Eccomi con la seconda parte della mia esplorazione sulla vita in Italia e in America . Nella prima parte ho parlato, a livello abbastanza alto della realizzazione dei sogni. Le considerazioni che ho fatto sono vere almeno  per una categoria particolare di emigranti, quelli che ho chiamato d’alto bordo. Con questo mi riferisco ai professionisti, quelli che vengono in America non perché fuggono da condizioni economiche e politiche insostenibili, ma perché credono che la loro professionalità non sia valutata in modo appropriato nel loro paese di origine e pensano che, rimanendo li, non riuscirebbero,  o riuscirebbero con molta difficoltà, a realizzare i loro sogni di crescita professionale. Ovviamente questa è un’emigrazione di caratteristiche totalmente diverse da quella che avvenne dall’Italia all’America nella seconda metà dell’ottocento e agli inizi del novecento, dettata quasi unicamente da condizioni estreme di povertà, e che ha creato le varie Little Italy e la cultura Italo-Americana, di cui parlerò un’altra volta.

In questo post voglio parlare, invece, non dei grandi sogni, ma delle cose piccole. Come faceva notare Paul Watzlawick in un libretto delizioso che ho letto tanti anni fa intitolato “America istruzioni per l’uso”, le grandi differenze fra l’Italia (lui si riferiva all’Europa in genere) e l’America, vanno cercate spesso nelle piccole cose: fare la spesa al supermercato, andare all’ufficio postale, prendere il treno. E, infatti, quando si va in America per la prima volta, magari come turisti, queste sono proprio le cose che ci colpiscono per prime e che, in effetti, sono quelle che definiscono la vita di tutti i giorni.

Come ho già detto in altre sedi, non c’è una sola “America”, ma ci sono realtà diverse (e questo è certamente vero anche per l’Italia).  Anche nella sua ripetitiva monotonicità (provate a fare un coast-to-coast, o semplicemente un lungo viaggio in macchina, per esempio da New York alle cascate del Niagara), si possono distinguere almeno due Americhe: l’America delle grandi città (New York, Boston, Chicago, San Francisco … non Los Angeles perché’ Los Angeles non è una città ma un groviglio di autostrade), e l’America suburbana e delle campagne, il cosiddetto “countryside”. E fra le città, come ho già detto molte volte, si deve distinguere New York (che non è America, ma semplicemente New York, cioè un paese a se stante), da tutte le altre città. Ho già trattato ampiamente, in un post precedente,  di New York come una realtà sui generis.  Se vivi o hai vissuto a San Francisco, Boston, o Chicago, o tanto più nei suburbi, e non hai mai vissuto a New York, non puoi generalizzare, (io direi: “You ain’t seen anything yet …”). Devi vivere almeno una volta a New York (e non solo andarci come turista) per percepire a pieno la differenza fra la Big Apple e il resto del mondo. Ma cominciamo dai suburbi.

I suburbi, cioè dove vive la maggior parte degli americani, e che anche chi non ci ha mai vissuto, li ha senz’altro visti tante volte nei film, sono luoghi apparentemente tranquilli, quasi fino alla noia, dove tutto è facile, standard, pulito e grazioso. I suburbi, realizzazione del “sogno americano “della middle class, sono fatti di casette, tutte rigorosamente di legno (anche se alcuni hanno i mattoncini a vista, che sono solo per figura), con il giardino davanti e dietro, i marciapiedi con le aiuole, i bambini con le loro biciclettine e i loro golden retriever,  il ragazzino che al mattino passa a buttare i giornali, il camioncino che vende i gelati ai bambini, e così via. Abbiamo visto tutte queste cose al cinema, e sono vere!

Sono arrivato in America, in New Jersey, per rimanerci un anno solo (che poi sono diventati più di venti), in un pomeriggio freddo, grigio, e nevoso del Febbraio dell’88. Il mio caro amico Aaron Rosenberg venne a prendermi all’aeroporto—avevo con me sette valigie—per portarmi a cena a casa sua prima di portarmi in albergo. Quella non era la prima volta che visitavo l’America, ma prima ero sempre stato in città come Boston e New York;   mai nei suburbi, e mai per viverci. Quel tardo pomeriggio di Febbraio era già buio, quando passavamo con la macchina per le stradine di paesini dai nomi di Summit, New Providence, e Berkeley Heights. La prima impressione che ho avuto, e che ricordo vividamente ancora adesso, era quella di trovarmi in un grande campeggio: casette piccole quasi come tende o bungalow, lucine fioche, e tanti prati e alberi. Quando li vedi di giorno i suburbi, sembrano finti, ma di solito graziosi e curati. Mentre in Italia vivere in una villetta con giardino è la prerogativa di una classe ricca, in America è possibile anche se ricco non sei. Anzi, la stragrande maggioranza della middle class americana vive in quelle che noi chiameremmo “villette”.

La vita suburbana è facile e tranquilla. Appena hai un lavoro ti compri la casa. Poi dopo un po’ te ne compri una più grande, poi una ancora più grande, fino ad arrivare, se vuoi, a quegli scatoloni enormi che vengono definiti in termine un po’ dispregiativo, McMansions, per sottolinearne la tipica mancanza di stile e “carattere”. Le McMansions sono solo, grandi, con decine di stanze, piscina, basement per i giochi, e televisori da cento pollici, moquettate e arredate, spesso senza stile, ma con tutte le comodità. Non occorre essere ricchi per accaparrarsi il sogno di una McMansion. Basta avere un buon lavoro. Anche un tecnico (e non solo un medico o un avvocato) con lavoro stipendiato può comprarsi, prima o poi, una McMansion.  La macchina, una testa in famiglia, deve essere grande, possibilmente SUV, o almeno station wagon, per andare al supermercato e fare spese settimanali, avventurarsi al centro commerciale durante il weekend, e portare on giro orde di bambini, e il cane.

Tranne eventi drammatici, come quello di Newtown del Dicembre scorso e che avvengono purtroppo sempre più frequentemente, i suburbi sono molto tranquilli e sicuri. Ricordo di aver letto sul giornalino del paese dove abitavo in NJ, nel rapporto annuale della polizia locale “Abbiamo finalmente beccato il ladro di borchie delle ruote delle macchine”. Ecco, questo era l’evento poliziesco dell’anno! In realtà questa tranquillità dei suburbi deriva sia dal fatto che il crimine generico è sceso drammaticamente dal 1990 in poi (e non solo a New York come Giuliani voleva farci credere…),  ma anche dal fatto che le classi sociali non sono distribuite uniformemente nei suburbi. Ci sono suburbi più o meno ricchi dove, tipicamente, non succede nulla, e altri più o meno poveri, dove si spaccia la droga e si commettono i furti. C’è poi l’inner-city con i grandi casermoni dei projects, che noi chiameremmo case popolari, dove dai suburbi middle class non ci si avventura mai.  Quando gli americani comprano la casa, scelgono esattamente dove abitare in base a considerazioni di vicinato, e anche in base alla presupposta qualità delle scuole elementari e medie per i loro figli. Il prezzo della casa dipende da questi fattori. C’è spesso una segregazione naturale. I suburbi bianchi, quelli neri, e quelli asiatici. Questo li rende un po’ noiosi, alla lunga.

Anche se non vorrei abitarci di nuovo in questo momento della mia vita,  devo dire che l’esperienza di vivere nei suburbi è stata per me molto bella, specialmente quando i miei figli erano piccoli. Non credo che avrei avuto l’opportunità di un’esperienza simile in Italia, in quel momento della mia vita professionale. Vivere in una casa di legno, in mezzo al verde e ai boschi, non è certamente facile in Italia, ma è quasi la norma in certe zone degli USA. Ed è anche socialmente piacevole. Appena arrivati nella nuova casa, con gli scatoloni ancora da aprire e le valigie, i vicini a turno vennero a bussare alla porta per presentarsi e portandoci la classica torta di benvenuto. I miei figli hanno fatto subito amicizia con gli altri bambini del vicinato, e spesso giocavano fuori, per strada o nei boschi attorno alla casa. Mi ricordo che mio figlio, avrà avuto si e no dieci anni, andava nel boschetto dietro casa “ad esplorare”, e tornava con corna di cervo, e altri reperti “naturalistici”.  I servizi locali erano molto cortesi. Ricordo che una volta ho fatto una festa a casa mia, e la polizia è passata da casa per dirmi che non c’era problema se le macchine degli ospiti erano parcheggiate in divieto di sosta perché non c’erano più parcheggi legali disponibili davanti casa. La scuola pubblica, gratuita fino alla fine delle superiori e pagata dalle tasse sulla casa degli abitanti del paese,  non era poi malaccio. Credo che i miei figli siano cresciuti bene e felici. La scuola organizzava squadre sportive di calcio, football, basketball, ma anche di atletica leggera, scherma, e nuoto, e tutti i bambini potevano imparare a suonare uno strumento musicale, se ne avevano voglia. I bambini più bravi erano messi in classi avanzate per permettere loro di imparare di più, ma c’erano anche classi speciali per quelli che avevano un po’ più di problemi.

Come si mangia in America? Questo è un punto dolente, specialmente per alcuni turisti italiani che non riescono a trovare, in America, la stessa cucina che trovano a casa loro, e  si lamentano che in America (e gli stessi si lamenterebbero anche in Francia,  Cina, o Giappone) si mangia male.   I ristoranti dei suburbi sono standard, sai quello che trovi, e non hai sorprese. Gli americani dei suburbi amano la prevedibilità. I ristoranti “cosiddetti” italiani si sono adattati a un livello di cucina americanizzata, come anche quelli delle altre etnie.  Non andare a un ristorante suburbano italiano sperando di trovare la cucina italiana! Potrai trovare, invece, alcuni piatti che hanno lo stesso nome dei piatti italiani, e che per essere italiani secondo gli stereotipi americani hanno tanto aglio e pomodoro. Questo assieme a porzioni gigantesche (che in Italia sfamerebbero una famiglia affamata di dodici) di calamari fritti, spaghetti con polpette di carne, melanzane alla parmigiana,  e invenzioni puramente americane, come il pollo alla fiorentina, o gli spaghetti Alfredo. Questa è la cucina italo-americana.

In realtà, se non insisti col voler mangiare come mangeresti in Italia, non è che si mangi male nei suburbi. La cosa che mi affascinava di più nei primi anni in America era la grande varietà etnica. Non cercavo certo la cucina italiana. Se volevo mangiare bene italiano, me lo cucinavo a casa. Mi piaceva esplorare le cucine diverse: cinese, thai, indiana, giapponese, e messicana. Quando poi sono andato ad abitare a Manhattan, la varietà e la qualità delle cucine si è espansa notevolmente. Manhattan, con una popolazione di un milione e seicentomila abitanti ha, dicono, più di 3500 ristoranti, che cambiano continuamente, perche la ristorazione a Manhattan è un business rischioso con un grande turn-over. Quado abitavo a Hells Kitchen, mi bastava svoltare l’angolo della 42-esima e la nona avenue, per trovare blocchi e blocchi di ristoranti uno accanto all’altro. Mi ero proposto di provarli tutti, ma non ci sono mai riuscito. E molti di questi ristoranti erano eccezionali, infintamente migliori e con una varietà infintamente più grande di quelli dei suburbi. A Manhattan mi sono riavvicinato alla cucina italiana in America. E non soltanto nei famosi ristoranti Italiani come Babbo, A Voce, e Del Posto, ma anche nei ristorantini come Cacio e Pepe, all’East Village, dove ho mangiato forse i migliori spaghetti degni del nome. Per non parlare della cucina d’alta classe, francese o internazionale: Daniel, Gramercy Tavern, Jean George, ma anche quella più modesta delle tapas spagnole (mi sogno ancora le tapas di Tia Pol a Chelsea), della cucina regionale americana, come la cucina Cajun (provate il Lenor Chicken al Delta Grill sulla 9-a e 48-esima, se vi capita di essere da quelle parti) o il BBQ del sud, gli infiniti ristoranti di sushi o di ramen giapponesi, o le trattorie cinesi con i dumplings  fatti in casa, che devi imparare a morderli e succhiare il brodo se non vuoi scolartelo sulla camicia.  E perfino ristoranti singalesi, persiani, ed etiopi, che non trovi quasi da nessuna altra parte. San Francisco non è da meno, ma non ha la stessa varietà dei ristoranti di New York.

Il punto che voglio fare è che non si mangia male in USA, salvo si cerchi di mangiare esattamente come a Firenze, a Torino, o a Roma. D’altronde anche un tedesco non troverà mai, in USA, la birra esattamente come la troverebbe in Germania. Nulla è mai come a casa. Ma se riesci a superare il provincialismo gastronomico, trovi in America, e specialmente nelle grandi città, una varietà che  ti solletica e intriga tutte le volte che decidi di andare fuori a cena. Questa varietà mi manca quando vado in Italia. E’ vero, alcuni ingredienti comuni e tipicamente di alta qualità da noi sono ancora introvabili in America. E’ quasi impossibile, per esempio,  trovare la mozzarella buona come in Italia, e apparentemente gli americani non hanno ancora scoperto lo stracchino, non che quest’ultimo mi manchi poi terribilmente. Ma devo dire che da vent’anni a questa parte la qualità degli ingredienti che si trovano in USA è migliorata notevolmente. Non c’è dubbio che in Italia si può mangiare benissimo (ma  a volte anche malissimo, specialmente nelle aree molto turistiche), e  con una qualità mediamente superiore agli USA. Ma noi italiani soffriamo di un provincialismo gastronomico, per cui non solo si mangia quasi unicamente Italiano (avete mai visto un ristorante francese in Italia? E quelli cinesi e giapponesi sono davvero penosi…), ma direi che spesso si mangia quasi unicamente la cucina regionale. A Firenze si mangia quasi sempre toscano, e a Torino piemontese. Un ristorante torinese a Firenze sarebbe considerato esotico. Lo stesso si dica per il vino. Mi ha sempre stupito come, per esempio, la sezioni vini dei supermercati di Firenze, sia composta per l’ottanta per cento da vini toscani.  Trovare un dolcetto o un nebbiolo è spesso quasi difficile come trovare un bordeaux o un beaujolais.

Non credo che tutto quello che ho detto contenga elementi sufficienti per decidere se si stia meglio in Italia o in America (neppure credo ci sia una risposta definitiva a questa domanda). Ma continuerò comunque l’excursus.

TO BE CONTINUED…

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