Arrivai al JFK in un tardo pomeriggio del Febbraio 1988 durante una di quelle tempeste di neve tipiche della costa est che quando sei ancora in aria ti chiedi come faccia l’aereo ad atterrare. Avevo sette valigie che contenevano tutto quello di cui avremmo avuto bisogno per un anno, e forse anche qualcosa di più. Mia moglie e mio figlio di tre anni e mezzo mi avrebbero raggiunto una settimana dopo. In una settimana avrei dovuto trovare un posto dove vivere, una macchina, e tante altre cose delle quali non avevo ancora nessuna idea.

Aaron Rosenberg, il ricercatore dei Bell Labs che mi aveva invitato a trascorrere un anno come visiting scientist  era venuto a prendermi all’aeroporto. Tipicamente gli americani non sono così assistenziali. L’America è un paese di pionieri. Se sei capace di sbrigartela da solo bene! Altrimenti avresti fatto meglio a startene a casa!  Ma Aaron, un americano ebreo, di una cinquantina d’anni, colto e con un’anima da europeo, mi venne a prendere per portarmi a cena a casa sua in New Jersey, per poi lasciarmi all’hotel di Murray Hill, a due passi dai laboratori.

“This is going to be the worst part of your trip”, questa sarà la parte peggiore del tuo viaggio, mi disse una volta caricate le sette valigie sulla sua station wagon classica con le fiancate rivestite di legno. La neve continuava a scendere imperterrita, una cortina bianca illuminata dai fari abbaglianti delle macchine, nel buio del pomeriggio inoltrato invernale, col ghiaccio che oramai copriva le strade, in mezzo al traffico caotico e permanente della Belt Parkway.

Attraversammo il Verrazzano Bridge, non senza un mio “wow!”, Staten Island e il Goethal Bridge, e ci trovammo nel mondo suburbano del New Jersey quando smise di nevicare e si aprì uno squarcio in un cielo terso e stellato. Non nevicava più. Ai bordi delle strade si vedevano le lucine fioche all’interno delle villette di legno. Era la prima volta che vedevo l’America suburbana. Nei viaggi precedenti era stato a New York, Boston, Pittsburgh, ma mai nel suburbio. Ricordo ancora la mia prima impressione, cioè  quella di trovarmi in  un enorme campeggio. Aaron mi portò a casa sua, dove sua moglie Judith, materna e dolce, aveva preparato una cena per me, poi all’hotel. Tutto sarebbe cominciato al mattino dopo.

I Bell Laboratories, o Bell Labs, o semplicemente i Labs per quelli che vivono nei dintorni,  sono un mito. O forse dovrei dire che lo erano, perché come tante cose belle, non esistono più.  Sono stati ceduti alla Lucent, nella divisione tripartita dell’AT&T, o trivestiture,  del 1995, e poi piano piano la patina di ivory tower, torre d’avorio dei ricercatori fra i più famosi del mondo, si è consumata vittima della ricerca del profitto a tutti i costi in una economia sempre più fragile, preda delle bolle di internet, dove per fare lo scienziato bisognava giustificare il perché e percome delle idee rivoluzionarie.  Cosa che non era mai stata richiesta ai grandi come Claude Shannon,  William Shockley,   e Dennis Richie.  Perché loro, il perché e il percome, lo sapevano senza bisogno di chiederglielo.

Il giorno dopo il mio arrivo con le sette valigie nel pomeriggio nevoso era il mio primo giorno ai Bell Labs. La neve ancora per terra, e ancora candida, rifletteva i raggi del sole in  un cielo enorme e azzurro. Aaron venne a prendermi all’hotel di Murray Hill al mattino per portarmi al mitico 600 Mountain Ave.

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Il gruppo di ricerca con cui avrei lavorato per un anno—e non lo sapevo ancora, ma per tanti altri anni a seguire—faceva parte dell’area 11, detta anche core research, il cuore dei Bell Labs. Bell Labs , l’istituzione di ricerca e sviluppo del gigante telefonico AT&T contava allora più di ventimila ricercatori  distribuiti principalmente sul nord-est degli USA,  ma non solo . Oltre a Murray Hill c’erano anche altri laboratori, come i famosi Holmdell, nella zona a sud del New Jersey, e Indian Hill, nei dintorni di Chicago. Altri laboratori erano nel Massachusetts, Indiana, Pennsylvania, e persino in Colorado.  Murray Hill, incastonato fra le insospettabili verdi e ridenti colline di un New Jersey, conosciuto invece quasi unicamente per i fumi delle raffinerie a Newark, era il monumento vivente della ricerca tecnologica statunitense, da più di ottant’anni. All’ingresso dei Labs c’era perfino un piccolo museo aperto a tutti e citato dalle guide turistiche della costa est. L’area 11 dei Bell Labs, con pressappoco duemila ricercatori, era il cuore della ricerca avanzata. Era, infatti, l’unica area dell’AT&T, e una delle poche nel mondo della ricerca industriale, dove si era liberi di seguire la propria curiosità, la propria inventiva, il proprio desiderio di ricerca e innovazione.  Gli altri, al di fuori dell’area 11, facevano per lo più sviluppo, (Developmente, la “D” di R&D), e avevano dei goal ben definiti, dall’azienda, anche se sempre avanzati e innovativi. Noi facevamo ricerca e i goal li definivamo noi, individualmente.

Il mio gruppo, Information Principles Research, circa una cinquantina di ricercatori provenienti più o meno da tutto il mondo, e le cui foto-tessera e nomi si potevano vedere sulla bacheca al quinto piano, studiava gli algoritmi e le tecniche per trattare vari tipi di informazione, come il suono,  la voce. Il direttore era Jim Flanagan. Un pioniere del trattamento digitale della voce. Un gentleman di un’altra era, di quando i ricercatori andavano in giro in giacca e cravatta.  Anzi, la sua cravatta era sempre coordinata con l’immancabile fazzolettino che spuntava dal taschino della giacca, e a volte anche con un riporto della stessa stoffa sulla  la cintura dei pantaloni.  Flanagan aveva conosciuto i grandi scenziati, come Claude Shannon, John Pierce, e Richard Hamming. Nel suo campo, era lui stesso un grande. Agli inizi degli anni sessanta aveva avuto l’intuizione di poter usare i calcolatori digitali non solo per fare calcoli, ma anche per trattare segnali analogici, come il segnale  della voce catturato da un microfono. Aveva visto nel futuro di quello che oggi è chiamato digital signal processing, e aveva installato nel suo laboratorio i primi mini-calcolatori, come i famosi Nova della Data General, per fare ricerca sulla percezione della voce.

Larry Rabiner, il mio capo, invece aveva l’attitudine di un nerd: un po’ sciatto nel vestire, con una giacca sghemba e una cravatta di un colore che non c’entrava per niente, non aveva certo lo stile elegante di Flanagan. Ma Larry era molto abbordabile, genuino, aperto a discutere ogni argomento, e non faceva assolutamente nulla per nascondere le sue opinioni, anche se radicalmente diverse dalle tue. Larry, apparentemente, non aveva nessun interesse per i piccoli piaceri della vita, come il vino e il cibo buoni. Invece concentrava le sue energie sull’efficienza, l’attenzione ossessiva per i dettagli, e l’ottimizzazione di tutto, dai suoi programmi per computer, alla sua vita e quella della sua famiglia, composta da una moglie insegnante di scuola media, e tre figlie. Molto parco in tutto, anche nelle piccole spese, non esitava e fare due o tre miglia in più per andare a fare il pieno al distributore di benzina dove risparmiare alcuni centesimi al gallone, o il posto dove facevano lo sconto sulla coca cola.   Un ingegnere nel profondo dell’anima, di quelli che portano sempre cinque o sei penne nel taschino della camicia.

Mi assegnarono un ufficio al quinto piano, dove stava la maggior parte dell’Information Principle Research, a due passi da quella che era scherzosamente chiamato “the hall of fame”, il “corridoio dei famosi”, dove i grandi del gruppo stavano arroccati da anni. Erano proprio loro, quelli di cui avevo letto gli articoli fin dai tempi dell’università, e che erano stati i miei eroi: Jim Flanagan, con l’ufficio da direttore, Larry Rabiner, Aaron Rosenberg, Steve Levinson, Joe Hall, e poi tutti gli altri più giovani, anche loro famosi.  Larry venne subito a salutarmi, di corsa, col suo caratteristico passo veloce, portandomi tutti i fogli che dovevo compilare, e mi accompagnò a una delle attrazioni turistiche dei Bell Labs di Murray Hill: la stockroom,  il magazzino delle scorte. La stockroom era una meraviglia, e l’orgoglio di tutti i residenti.   C’era di tutto. Le cose più comuni a self service, come le penne, le matite, i blocchi notes, e i famosi quaderni delle invenzioni, rilegati con copertina rigida in tela blu con il marchio dei Bell Labs e le pagine numerate, dove potevi annotare tutte le tue idee, e avere così un documento che attestava la loro presunta originalità… Ma c’erano anche magneti, dizionari, sfere da cuscinetti, provette, contagocce,  becher, trasparenze termiche, transistor, condensatori, resistenze. guanti di gomma, saldatori, chiavi inglese, e tutto ciò che ti potesse servire per l’ufficio o il laboratorio, sia esso di elettronica, chimica, fisica, o altro. Poi, al banco, potevi chiedere le cose più costose e ricercate. Potevi portarti via, senza tanti convenevoli, un voltmetro elettronico, una centrifuga, un oscilloscopio, e perfino uno spettrometro di massa portatile. Bastava lasciare una firma sul registro.

Gli uffici erano assegnati in modo strettamente gerarchico, con regole che però potevano a volte essere cambiate in funzione del caso. Il direttore di un’area di ricerca aveva l’ufficio grande, con tre o quattro finestre, generalmente alla fine di un corridoio, o di angolo; gli altri, i capi dipartimento e i ricercatori anziani, un “two bay office”, cioè u ufficio con due finestre.  Ai più giovani veniva assegnato un ufficio con una sola finestra, e ai “peones” come me, gli appena arrivati, i post-docs, eccetera, un ufficio da condividere, e spesso senza neppure una finestra. Il mio ufficio, appunto, non aveva finestre. Era sull’angolo interno formato dal corridoio centrale di uno degli edifici più antichi del campus—quasi tutti gli edifici erano collegati da passaggi costruiti in epoche diverse—e la “navata” trasversale della hall of fame. C’era una seconda scrivania, per il momento non ancora occupata.

No mi ero ancora sistemato in ufficio, che arrivò un signore distinto, con una capigliatura bianca e occhialini da scienziato. Mi chiese se fossi italiano, e quando risposi di si, cominciò a parlarmi in un italiano corretto e quasi senza accento. Era Bela Julesz,  l’inventore degli stereogrammi, quelli che se ti sforzi a guardarli con gli occhi incrociati, vedi poi un’immagine tridimensionale che esce fuori. Bela aveva l’ufficio accanto al mio. M’invitò gentilmente a seguirlo nel suo ufficio e a sedermi davanti a uno dei suoi stereogrammi fatti di punti casuali sparsi su un piano bianco. Mi disse di guardare intensamente quelle nuvole di punti senza senso. Quando cominciai ad avere una percezione di profondità nei pattern del tutto casuali, lui mi disse che il mio cervello aveva appena creato delle nuove sinapsi per la lettura di questi diagrammi. Un buon inizio, per essere il primo giorno ai Bell Labs. Vidi passare un uomo con una barbetta grigia che rasentava tutti i muri toccandoli con la mano, quasi avesse paura a camminare nel mezzo del corridoio, senza mai alzare gli  occhi da terra. Avrei scoperto, qualche giorno dopo, che era Dennis Ritchie, l’inventore del linguaggio “C”.

Avvicinandosi l’ora di pranzo del mio primo giorno fui invitato da Larry e Aaron a unirmi con loro al tavolo delle 11:30. Diversi gruppi andavano a pranzo a ore diverse, e quello delle 11:30 era il gruppo degli storici, i grandi del signal processing. C’erano sempre gli stessi vecchi amici, Larry, Aaron, a volte Jim Flanagan, quasi sempre Joe Hall e Steve Levinson. Alcuni giovani, più o meno della mia età, non mancavano, Jay Wilpon,, sempre vicino a Larry, suo  mentore, quasi un padre putativo, e altri che poi sarebbero diventai i miei amici e compagni dei weekend suburbani del New Jersey: Peter Kroon, Andrej Ljolje, Peter Mayer. Si ritrovavano tutti sempre allo stesso tavolo e alla stessa ora. La mensa era un altro punto di orgoglio dei residenti. Il cibo era di una qualità elevata rispetto alle tipiche mense aziendali, e con un grande numero di possibilità e menù che cambiavano tutti i giorni. Eggs benedict al mercoledì! Ci si metteva in fila davanti al banco del “grill”, dove c’era Frank, un nero burbero ma simpatico con basette e le sopracciglia enormi che parlava uno slang incomprensibile con la sua voce da baritono: whatdoyawonjunman… “what do you want young man” che cosa vuoi giovanotto? E quando gli dicevi “eggs benedict” con l’acquolina che già ti veniva alla bocca, lo vedevi fare le uova in camicia con una cura da certosino, metterci sopra la salsa bernese, due cucchiai di delizia e colesterolo, e le immancabili patate fritte.

Una volta alla settimana, tipicamente al Giovedì,  andavamo invece alla Oak Room, il ristorante di fianco alla mensa, dove ti potevi sedere, e farti servire gli specials of the day.  Spesso alcuni dei giovani un po’ più grandi di noi, quelli che si prendevano cura dei nuovi arrivati, organizzavano le uscite alla Oak Room. Uno di questi era Juergen, un esperto di acustica tedesco che raccontava sempre barzellette alle quali rideva solo lui. Quando venivano degli ospiti in visita, li portavamo sempre alla Oak Room, ovviamente dopo il giro d’obbligo alla stockroom.

Non stavo molto in ufficio nei primi giorni, perché’ dovevo andare in giro a fare quelle cose necessarie per vivere un anno: ottenere la patente di guida americana, comprarmi una macchina, e la cosa più importante di tutte cercare un appartamento dove vivere. In questo mi aiutava Aaron a selezionare gli annunci di affitto sul giornale. Quindi, munito di una mappa dei dintorni e di una lista di indirizzi di appartamenti sfitti, andavo in giro per cercare quello che sarebbe stata la mi abitazione . Quando i padroni di casa mi chiedevano dove lavorassi, e quando rispondevo ai Bell Labs, mi guardavano immancabilmente con un sorriso e dicevano: “Ah … i Bell Labs! Gente davvero strana … ma intelligente…”. Mi ci vollero solo un paio di giorni per capire a pieno l’origine di quest’aura di  stranezza che rivestiva i Labs.

CONTINUA …

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