Dopo pochi giorni dal mio arrivo, e con l’aiuto di Aaron, trovai un appartamentino che faceva al caso nostro: due stanze da letto, soggiorno, bagno e cucina, in un paesino non lontano dai laboratori, chiamato Springfield (“Springfield” è uno dei nomi di paese più comuni negli USA, e  credo ci sia almeno uno Springflied in ogni stato. Un po’ come il nostro “Castelnuovo”.). L’appartamentino, al secondo piano di una villetta multifamiliare, faceva parte un complesso che gli americani chiamano condominium, un termine che ha una forte assonanza con il nostro, italianissimo, condominio. Il condominio americano, come quello italiano, designa una associazione di proprietari di alloggi che condividono alcune risorse e costi. MA la differenza è che, mentre il condominio italiano si sviluppa prevalentemente in verticale, con appartamenti uno sopra l’altro, il condominium americano, specialmente quello dei suburbi, si sviluppa generalmente in orizzontale, con tante  casette basse distribuite su un grande appezzamento, con tanti prati e alberi, magari con una piscina o palestra condominiale, e tanto spazio per parcheggiare le macchine.

La padrona di casa, Miss Weber, era una signora sola in pensione alla quale mancavano alcune dita della mano sinistra, e al posto della mano destra aveva una specie di pinza meccanica. La pinza di acciaio lucente, e senz’altro inossidabile, era collegata con dei tiranti all’avambraccio che la facevano aprire e chiudere. A parte il fatto che la sua mano meccanica metteva un po’ paura a mio figlio di tre anni e mezzo, Miss Weber era gioviale e gentile, e gradiva sempre un buon bicchiere di vino che beveva con la cannuccia, essendo la pinza non adatta per portare un bicchiere alla bocca. Avremmo scoperto poi che Miss Weber era stata una chimica che era riuscita a farsi fatta saltare le dita di entrambe le mani con una soluzione apparentemente sbagliata. Anche lei, quando le dissi che lavoravo ai Bell Labs, immancabilmente sottolineò …  “I Bell Labs … tanta gente strana … ma tutti molto  intelligenti.” E poi aggiunse, “C’è ancora quel tipo che cammina all’indietro?” Le dissi che non lo sapevo ancora, essendo nuovo dei Labs, ma le promisi di investigare.

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Chiesi in giro del tipo che camminava all’indietro, e un giorno lo vidi pure io. Era un matematico di fama, un certo William Gale. Un tipo allampanato, sulla sessantina passata, con i pochi capelli oramai rimasti sul cranio tenuti appiccicati con la brillantina per coprire la calvizie alla bene e meglio, lunghi sul collo a incorniciare un volto magro e un po’ sofferto. Lo vidi camminare all’indietro, in uno dei lunghi corridoi ventosi dei Murray Hill (parlerò poi del vento nei corridoi dei Labs), raggiungere la porta del suo ufficio, aprirla dal dietro con una manovra da contorsionista, ed entrare e sparire sempre camminando all’indietro. In realtà il motivo per cui William, che poi avrei conosciuto personalmente, camminava all’indietro, non era dovuto a una sua stranezza ma bensì a un fatto tragico. Un colpo apoplettico, qualche anno prima, gli aveva distrutto una parte del cervello, proprio quella usata per camminare in avanti in modo autonomo, come facciamo normalmente senza esserne coscienti, ma gli aveva lasciato intatta quella per camminare all’indietro. Volendo poteva camminare in avanti come tutti noi, ma doveva controllare, coscientemente, il movimento di ogni singolo muscolo, controllare l’equilibrio del corpo, muover un passo alla volta molto lentamente bilanciandosi prima su una gamba e poi sull’altra. Il suo incedere in avanti sarebbe stato lentissimo, quindi trovava più pratico camminare all’indietro perché non doveva pensarci. Ciò non toglie che fosse ancora un brillante matematico che collaborava attivamente con alcuni membri del mio gruppo. Qualche anno più tardi lo vidi su una sedia a rotelle, e poi scomparve.

Un altro dei personaggi strani che senz’altro aveva contribuito al folklore dei Labs era un tipo, del quale non ricordo il nome, che in qualunque giorno dell’anno andava in giro vestito da esploratore, cioè con i pantaloni corti color cachi, la sahariana, scarponi da montagna, e il classico cappello di sughero. A volte lo sorpassavo con la macchina mentre si avviava al lavoro in bicicletta. Anche se nevicava fittamente, con temperature abbondantemente sotto lo zero, lui continuava a vestirsi da esploratore, con i pantaloni corti, e la sua immancabile bicicletta. Seppi poi che era una specie di luddista, cioè uno che rifiutava, a casa, ogni tipo di modernismo. Sembra che non possedesse nessun tipo di dispositivo elettrico, come televisione, lavatrice, o forno, costringendo la sua famiglia a una vita da pionieri nonostante, allo stesso tempo, lavorasse per uno dei più prestigiosi centri di ricerca tecnologica del mondo. Un altro vivido esempio di tipi strani dei Bell Labs.

E’ noto che quelli che lavorano intimamente con i computers, i cosiddetti hackers—e a qui tempi io ero un hacker—preferiscono le ore della notte a quelle del giorno. Per di più i Labs avevano tutto un loro fascino durante le ore in cui la gente normale va a cena e poi a letto.  Un fascino che ispirava le idee più pazze e creative. E di notte, sotto la luce giallognola delle lampade fluorescenti, uscivano fuori le creature crepuscolari, come Mike, che viveva a Manhattan, parlava a scatti a una velocità di 100 sillabe al minuto, e arrivava sempre nel tardo pomeriggio per tornare a casa dopo la mezzanotte. O Peter, che passava tutte le notti ai Labs, e quando si prendeva qualche giorno di vacanza, andava a farsi buttarsi con il paracadute sulle piste di neve del Nord del Canada, sperando di riuscire a sopravvivere fino a valle.

I crepuscolari li incontravo a volte nella cucina del dipartimento, quando anch’io mi trattenevo alla sera. Riuscivo a scambiare con loro due parole quando uscivano dai loro uffici per riscaldarsi una vecchia fetta di pizza oramai secca, rimasta chissà quanto sulla loro scrivania e databile solamente con il carbonio quattordici, e per riempire le loro tazze con litri di caffè nero. A volte erano chiacchierate piacevoli, a volte li sentivo brontolare perché non avevano abbastanza cicli di computer per finire i loro esperimenti. Un crepuscolare, ma di quelli davvero strani, lo incontrai una notte durante la quale anch’io ero rimasto a lavorare tardi. Molto probabilmente avevo un problema di programmazione, quello che in cumputerese si chiama un “bug”, cioè un baco, un errore nascosto fra le linee di codice.   Togliere i bachi da un programma, cioè debuggare, è un’attività che ti prende la mente in modo totale. Non riesci a pensare ad altro, non riesci a fare altro. Ti dimentichi pure di mangiare e dormire. Un lavoro da detective, e non sei soddisfatto finche’ non trovi il colpevole, cioè il “bug”. Ecco perché’ a volte rimanevo a lavorare fino a tarda notte.  A quei tempi lavorare da casa, col computer, non era un’opzione. E’ vero che avevo un terminale a casa, connesso con la linea telefonica, ma i modem andavano lenti, e la connessione era centinaia di volte più lenta di quello a cui siamo abituati oggi, e quindi usavo il terminale a casa solo per controllare i risultati dei miei esperimenti, ma non per lavorare in modo interattivo. Per quello dovevo andare ai Labs.

Ero quindi immerso alla ricerca di un bug che probabilmente mi stava assillando da giorni, quando sentì un rumore che veniva dal corridoio, un rumore che pareva come uno scroscio improvviso d’acqua.  E dopo qualche secondo, un secondo scroscio. E poi un altro, e un altro, e un altro ancora. Incuriosito uscì fuori per vedere che cosa stesse succedendo. E si presentò ai miei occhi uno spettacolo surreale.

Dovete sapere che ai Labs c’erano, a quei tempi, diversi laboratori di chimica. Quindi tutti i corridoi dell’ala vecchia, quella in cui mi trovavo, avevano sul soffitto una serie di docce anticontaminazione installate a intervalli regolari di una decina di metri o poco più. Ciascuna doccia aveva una grande testa gialla, e un maniglione che poteva essere tirato per ricevere uno scroscio di soluzione anti contaminante, nel caso di una fuoriuscita non prevista di gas o liquido urticante. Quando mi affacciai nel corridoio, nella luce giallastra delle lampade che lo illuminavano di notte, vidi un losco figuro in un impermeabile incerato nero con tanto di cappuccio, e con un secchiello in mano. Il figuro, a passi misurati, andava di doccia in doccia, e tirava il maniglione raccogliendo parte del liquido nel secchiello. Quando al mattino chiesi chi fosse, nessuno seppe dirmi nulla.  Una visione tanto surreale quanto bizzarra, che ancora oggi non so se sia stata vera o prodotta da una dose più alta del normale di caffè americano.

Il capo dei Labs, a quei tempi, era Arno Penzias, che aveva preso il premio Nobel assieme a Robert Wilson nel 1978 per aver scoperto la radiazione fossile a tre gradi Kelvin. Stava lavorando su un’antenna paraboloidica per le trasmissioni via satellite. Un’antenna molto grande, che poteva captare segnali estremamente deboli. Il problema era che, comunque l’antenna fosse orientata, riceveva sempre un segnale di fondo, un rumore bassissimo che era come venisse da una radiazione che permeava tutto l’universo, e in tutte le direzioni. Ipotizzò che fosse la radiazione rimasta dopo la nascita dell’universo, dopo l’esplosione conosciuta come il Big Bang. E i conti tornavano e convalidavano con la teoria. Per questo lui e Wilson, un altro fisico dei Bell Labs, presero il premio Nobel nel 1978, e lui diventò il vicepresidente di ricerca.

Arno era un tipo alla mano. Ogni tanto lo vedevi in giro per i laboratori a parlare con i ricercatori, voleva sapere degli ultimi risultati, e faceva dei bei discorsi nelle riunioni aperte a tutti nel grande auditorium.  Era lui che disse che lo scopo dei Bell Labs era “Fun for Profit”, cioè divertimento per profitto. Questo era lo spirito della ricerca. I ricercatori dei Bell Labs erano come dei bambini lasciati liberi di fare quello che volevano in un magnifico negozio di giocattoli di lusso. Stava poi alla ditta madre, il gigante delle telecomunicazioni AT&T, intraprendere il compito di usare i risultati per accrescere i profitti. Cosa che, con il senno di poi, AT&T non ha mai fatto troppo efficientemente… ma questa è un’altra storia. Comunque Arno Penzias, anche se ad alto livello, era molto coinvolto nelle ricerche portate avanti ai Labs, e alla fine di ogni anno si faceva dare, da ogni direttore, i migliori articoli e risultati, e li premiava con un premio simbolico, una maglietta che lui aveva fatto stampare per l’occasione. La maglietta, una T-shirt  rossa, aveva sul davanti  le lettere 3K—indicanti la temperatura della radiazione fossile da lui scoperta, cioè i famosi tre gradi Kelvin—scritte con varie dimensioni dei caratteri a in tutte le direzioni. Al cento c’era una sua variazione di una strofa di una poesia di T.S. Elliott. La poesia originale diceva:

This is the way the world will end

Not with a bang, but with a whimper

 Cioè: “Così è come il mondo finirà, non con un “bang”, ma con un sospiro”. Lui l’aveva cambiata come segue:

This is the way the world began

Not with a whimper, but with a BANG

 “Così è come i mondo cominciò, non con un sospiro ma con un BANG”, ovviamente molto più ottimista della poesia originale.  La maglietta a tre gradi Kelvin, così era chiamata, era un premio ambito, ma purtroppo non da indossare per strada. Quanti, infatti, nel New Jersey suburbano, potevano sapere che 3K indicava una misura di radiazione, e non il famigerato tre kappa: KKK o Ku Klux Klan? Quindi la mia maglietta a tre gradi Kelvin la tenevo a casa.

 

 

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